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COS'E' IL MOBBING

ECCO COME SI MANIFESTA IL MOBBING

Il mobbing è una situazione di malessere che sorge da un conflitto non risolto sul luogo di lavoro tra due o più soggetti per cause legate alla competizione interna ovvero per cause anche più banali quali l’antipatia o la diversità di opinioni e di abitudini. Il conflitto non risolto divide gli attori in due ruoli opposti, la vittima o mobbizzato e l’aggressore, o mobber. Il secondo attua strategie tese alla distruzione del primo: sabotaggi del lavoro, telefonate mute, scherzi pesanti o continui, accuse di follia di fronte a tentativi di difesa.
I danni alla salute del mobbizzato sono in genere molto gravi e allo stesso modo anche l’azienda subisce serie conseguenze negative:
1) la vittima non lavora più con gli stessi ritmi e la stessa efficienza: la sua produttività si riduce notevolmente. Le ricerche condotte dagli esperti di hanno riscontrato cali delle prestazioni dovuti al mobbing fino all’80% della capacità lavorativa individuale;
2) l’azienda subisce direttamente i costi di questo fenomeno continuando a sostenere economicamente il 100% della paga del mobbizzato e del mobber;
3) il mobbizzato manifesta problemi psicosomatici che lo costringono a lunghe e continue assenze per malattia;
4) il datore di lavoro ha un ulteriore aumento dei costi: deve sostituire il lavoratore mobbizzato durante la sua assenza per malattia o incaricare qualcuno di portare a termine il lavoro incompiuto della vittima;


POCHE LEGGI

Le LEGGI
L’impianto normativo esistente in tema di risarcimento del danno necessita dell’introduzione di alcuni correttivi che possano consentire il superamento di parecchie limitazioni che si frappongono ad un adeguato ristoro dei danni subiti dal lavoratore.
Il recente sviluppo della nozione di danno biologico unitamente ad una modifica dei presupposti per l’esistenza del danno morale ha certamente rappresentato un fatto di grande rilievo che oggi consente di considerare con più attenzione il problema del risarcimento di danni.
Il quadro normativo attuale si fonda su alcune norme di portata generale che si rinvengono nel codice civile: in specie gli artt. 2043, 2056, 2059; con riguardo particolare alla tutela del lavoratore l’art. 2087 appare poi introdurre alcuni principi che, seppur interpretabili con riferimento alle situazioni determinatisi sul luogo di lavoro appaiono di portata generalissima.
Oltre il lavoro della dottrina e della giurisprudenza volto all’interpretazione delle norme esistenti, con uno sviluppo esegetico che recentemente è apparso molto efficace, occorre considerare la necessità di introdurre alcune nuove norme che consentano una corretta ed aggiornata valutazione del danno biologico.
Intanto è stata indicata la necessità che il danno biologico sia risarcibile indipendentemente dalla sua incidenza sulla capacità di produzione di reddito del danneggiato; inoltre, in caso di morte del danneggiato, il risarcimento dovrebbe quantificarsi avuto riguardo al tempo trascorso dall’evento dannoso; ancora, si è auspicato che in caso di morte del danneggiato del danneggiato, sia risarcibile il danno biologico subito dai prossimi congiunti, specificando che a questo fine, per congiunti, devono intendersi il coniuge e i parenti entro il secondo grado.


LA RASSEGNA STAMPA

Rassegna Stampa
Ecco il Mobbing, veleni in ufficio di BARBARA ARDU'
«Chiesi solo una promozione»

Marisa ha 48 anni, è cioè proprio nella fascia d'età nella quale si concentra il maggior numero di casi di mobbing. Da diciotto anni lavora presso un'azienda privata come impiegata responsabile dell'ufficio acquisti. «Un giorno, visto il livello dei miei compiti, decido di chiedere un avanzamento di carriera. Non l'avessi mai fatto, il titolare reagisce violentemente dichiarando il suo profondo disprezzo per le mie pretese». Da quel momento posta e telefonate vengono dirottate e lei è emarginata ed esautorata da ogni mansione. Così si ammala e finisce alla clinica del Lavoro di Milano. La diagnosi è chiara: «Si tratta di mobbing».
Anche Giuseppina, 47 anni, impiegata in un'altra azienda, aveva avanzato una richiesta di promozione. La domanda produce subito pesanti conseguenze: viene relegata in un ufficio al piano terreno, privo di misure di sicurezza e rumoroso. Contemporaneamente una politica ostile viene avviata anche contro suo marito, dipendente della stessa azienda. Inevitabili le conseguenze psicofisiche per entrambi.
Attenzione, però, il mobbing può essere molto pericoloso anche per il presunto persecutore. Un impiegato di un'azienda di Racconigi (Cuneo), Carlo Morelli, tempo fa uccise il suo capufficio Guido Turolla: a suo dire lo ostacolava nella carriera.

«Se la vita diventa un inferno»

«Prima non sapevo neppure il significato della parola, ora a causa del mobbing ho perso il lavoro e sono diventato uno zombi, io e la mia famiglia non saremo più come prima». Claudio Macario ha 52 anni, è un ex dirigente e ha lavorato per anni in un'azienda pubblica di Torino «poi privatizzata e quotata in Borsa». «Un giorno ho avuto la bella idea di denunciare un caso clientelare, è stata disposta un'ispezione ma non è accaduto nulla. Tranne un piccolo particolare: mi è stato tolto l'incarico di responsabilità sugli 80 dipendenti che dirigevo. Con l'aggravante che mi fu resa la vita impossibile. Trasferito a Milano entrai di nuovo in conflitto con la direzione che mi inquadrò come recidivo rompiscatole solo perché segnalai alcune cose da cambiare. Così fui rimandato a Torino, ma senza alcuna mansione. Alle mie proteste ecco un nuovo trasferimento, questa volta a Roma. Impugnai quest'ultimo diktat e, dopo sette mesi, venni richiamato a Torino, ma, di nuovo, senza funzioni. Allora presentai una denuncia per demansionamento e le conseguenze furono, prima un nuovo incarico a Roma, poi il rientro a Torino e il licenziamento. Ora sono in cura alla clinica del Lavoro di Milano, ho presentato ricorso contro il licenziamento, ho speso 30 milioni in avvocati. La mia vita non sarà più la stessa».

I «perseguitati» dell'ufficio sull'orlo di una crisi di nervi

I «perseguitati» dell'ufficio sull'orlo di una crisi di nervi
di ENZO RIBONI

Quando entra lui nella stanza, la conversazione s'interrompe, gli sguardi si abbassano, tutti tornano al lavoro ignorandolo, i pochi che lo salutano lo fanno a mezza voce. E poi sul suo conto circolano insinuazioni e chiunque ha da ridire sulla sua correttezza nel lavoro. Insomma, i colleghi fanno di tutto per trasformare il luogo di lavoro in un inferno psicologico, operano su di lui con quella violenza morale e con quelle vessazioni continue che gli anglosassoni sintetizzano in un unico termine: mobbing.
C'è però anche il superiore che, quando non lo ignora, lo maltratta o lo mette da parte senza ragione, gli affida compiti dequalificanti, ben al di sotto delle sue competenze, lo trasferisce solo per creargli disagi. «A volte - spiega Harald Ege, psicologo del lavoro tedesco diventato in Italia il massimo esperto di mobbing - questi capi tormentano il dipendente solo perché sono psicotici, dei narcisisti perversi, ma spesso lo fanno seguendo direttive aziendali: nell'impossibilità di un licenziamento, rendere la vita insostenibile al lavoratore fino a spingerlo alle dimissioni. Una persecuzione che prende il nome di bossing. I colleghi che emarginano un compagno, invece, quasi sempre lo fanno perché lui è troppo efficiente e così mette a nudo le lentezze degli altri».
Il brutto è che non sempre il «mobbizzato», la vittima del mobbing, ha la possibilità di cambiare lavoro (non a caso l'età critica è intorno ai 50 anni) e allora ecco che scoppiano le conseguenze psicofisiche delle vessazioni subite. «Le patologie più diffuse - spiega Mariagrazia Cassitto, neuropsicologa del Centro disagio lavorativo della Clinica del lavoro di Milano - sono i disturbi emozionali: insonnia, ansia, depressione, attacchi di panico, fobie. Poi le alterazioni neurovegetative: tachicardia, sudorazione, coliche, gastriti, respiro corto. Infine i disturbi del comportamento: anoressia, bulimia, uso smodato di farmaci, alcol, sigarette, aggressività, fino al suicidio e all'omicidio».
Anche se il problema esiste da sempre, solo da poco si è cominciato a inquadrarlo come fatto sociale rilevante, causa di vere e proprie malattie professionali. Il primo a parlare di mobbing fu, nel 1986, Heinz Leymann, psicologo tedesco che lavorava in Svezia. In Italia è stato Ege ad affrontare il problema nel '96: «In Europa sono 12 milioni le vittime del mobbing e, in Italia, si dovrebbe arrivare a un milione e mezzo di persone, che salgono a 5 milioni sfiorati dal problema se si tiene conto anche delle famiglie dei mobbizzati». Dalle statistiche sui 600 pazienti di Ege emergono le vessazioni più frequenti. Il 94% ha subito attacchi alla reputazione (ridicolizzazioni, diffamazioni...), il 93% offese ai contatti umani (urla, rimproveri pesanti...), l'89% ha visto declassate le sue mansioni, l'88% è stato sistematicamente isolato, il 39% ha sofferto violenze o minacce di violenze. L'aggravante è che il mobbing non impatta solo sui singoli, ma diventa un problema sociale con elevati costi economici. L'anno scorso la Volkswagen (che ha stipulato con i sindacati un accordo antimobbing) ha perso 300 miliardi di lire a causa del mobbing. Una persona colpita, si è calcolato, costa ad aziende e società il 180% in più degli altri lavoratori.

Sindrome del colpevole? E' il momento di reagire

Il primo passo, il più difficile, è riconoscere la situazione. «Ero convinto che il problema fosse in me - dice il mobbizzato - che non fossi abbastanza bravo sul lavoro, che soffrissi di complessi di persecuzione». Gli esperti, invece, per distinguere il mobbing dai conflitti episodici, chiedono almeno sei mesi continuativi di vessazioni e conseguenti disturbi psicofisici. La prima mossa per reagire è rivolgersi al medico di famiglia. Meglio ancora a strutture ad hoc come creata da Harald Ege, psicologo del lavoro esperto in mobbing. O alla neonata Mima, associazione di mobbizzati fondata da Mirco Tosi (vedi pagina a fianco). Unico centro con approccio integrato è quello di prevenzione-studio-diagnosi del disagio lavorativo della Clinica del lavoro di Milano. Altro riferimento è l'Ispesl, istituto di prevenzione e sicurezza sul lavoro del ministero della Sanità.
«Attualmente - spiega il procuratore aggiunto di Torino Raffaele Guariniello - non esistono norme che pongano il mobbing tra le malattie professionali, tuttavia io stesso sto indagando su casi in cui si configurano sia le lesioni colpose sia la violenza privata». In realtà la situazione in Italia potrebbe cambiare grazie a tre nuovi progetti di legge (vedi articolo in basso).
Sul versante dei datori di lavoro, invece, poco si muove. Zona critica è la pubblica amministrazione, imputata per il 22% dei casi di mobbing. Il comune di Torino ha appena avviato un corso di formazione per 185 dirigenti. Dice il direttore generale Cesare Vaciago: «Nella pubblica amministrazione il mobbing nasce da un sistema punente ufficiale che non funziona, quindi prevale quello informale che crea segregazioni, isolamenti, emarginazioni».
Infine, ecco di seguito gli indirizzi utili:

1. associazione contro mobbing e stress psicosociale. Via Tolmino 14, 40143 Bologna, Tel. 051-6148.919;
2. Mima, Movimento italiano mobbizzati associati. Via F. Meda 169, 00157 Roma, Tel. 06-4510.843;
3. Clinica del lavoro. Via San Barnaba 8, 20122 Milano, 02-5799.2642;
4. Ispesl. Via Urbana 167, 00184 Roma, Tel. 06-47141.

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Il pm Guariniello:

Trecento dipendenti comunali imparano a difendersi. Il pm Guariniello: "Denunciate chi vi molesta"

Persecuzioni in ufficio. Torino, corso anti-mobbing
In Francia e Svizzera le molestie sul lavoro sono la causa del dieci per cento dei suicidi
TORINO - Parte dal capoluogo piemontese la crociata contro le molestie sessuali e morali sul luogo di lavoro. Trecento dirigenti del Comune di Torino hanno partecipato al primo corso di formazione "anti-mobbing" (parola inglese che indica le persecuzioni che si subiscono in uffici e fabbriche), fenomeno che in alcuni Paesi europei come la Francia e la Svizzera è considerato la causa del dieci per cento dei suicidi.
Finora i casi denunciati dai dipendenti comunali torinesi sono solo una decina, otto da uomini e due da donne. Pressioni psicologiche, maltrattamenti, aggressioni verbali, segnalazioni anonime che hanno spinto le vittime a rivolgersi al Comitato per le pari opportunità di Palazzo Civico. Ma si tratta di rare eccezioni, perchè, spiega Maria Adriana Vindigni del comitato, non sempre chi è vittima del mobbing ha la forza di venire alla scoperto.
"In Italia - sostiene Renato Giglioli, direttore del Centro Disadattamento Lavorativo della clinica del lavoro dell' Università di Milano - più della metà dei casi denunciati sono di mobbing strategico, cioè una persecuzione psicologica finalizzata. Si ricorre al mobbing, insomma, perchè è difficile licenziare".

Il 13 ottobre scorso il senatore dei Ds Giancarlo Tappano ha presentato un disegno di legge sul fenomeno delle molestie sul posto di lavoro. "Un provvedimento legislativo - sottolinea il senatore diessino - che serva a riconoscere il mobbing e permetta di intervenire quando le violenze psicologiche non abbiano ancora prodotto danni".
Al primo corso di formazione anti-mobbing ha partecipato anche il procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello, che ha citato due casi esaminati dalla Cassazione. Il primo è quello di un consigliere comunale che per spronare il custode di un cimitero a spostare del materiale lo aveva minacciato dicendogli che non sarebbe rimasto in carica oltre l'età minima della pensione. La corte di cassazione ha confermato la condanna per violenza privata aggravata. Nel secondo caso, un sindaco è stato condannato per avere affidato a una dipendente, con tre ordini di servizio, mansioni inferiori alla propria funzione. Per Guariniello, "il problema del mobbing va collocato nella legislazione sociale sulla tutela e la salute nei luoghi di lavoro, in quanto, se è protratto nel tempo, può produrre vere e proprie malattie".
(25 ottobre 1999)


PRIMA - ASSOCIAZIONE ITALIANA CONTRO MOBBING E STRESS
PSICOSOCIALE
La prima organizzazione italiana sul Mobbing, fondata nel 1996.
Presidente: Dott.Harald Ege.


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«Un milanese su sette è malato di mobbing»

Indagine della Clinica del lavoro. Colpiti uomini e donne, in particolare tra i 30-35 e i 45-50 anni

Corsera 13/6/2006

Malati di mobbing, insonni, depressi, quattordici milanesi su cento. Sono i numeri di un’epidemia che colpisce indifferentemente uomini e donne, in due momenti della vita lavorativa: tra i 30 e i 35 anni e tra i 45 e i 50. Primo sintomo è la mancanza di sonno, poi subentrano depressione, attacchi di ansia, cefalea, mal di stomaco o spossatezza. In dieci anni, il Centro per il Disadattamento Lavorativo della Clinica del Lavoro di Milano, il primo nato nel Paese, ha seguito cinquemila pazienti. Cure d’urto, sonniferi, antidepressivi, terapia di supporto e ai più giovani un unico consiglio: cambiare lavoro. «Le ferite si rimarginano ma i danni da mobbing sono devastanti - ha spiegato, ieri, Maria Grazia Cassitto, psicologa del Centro, illustrando al 28° congresso mondiale sulla Medicina del lavoro, in corso fino a venerdì in Fiera, i risultati di uno studio svolto su 250 pazienti nel 2003, che ha permesso di tracciare l’identikit del mobbizzato -. Il fenomeno è in crescita, nessuna categoria lavorativa ne è esente». Il record spetta alla pubblica amministrazione che assorbe il 14 per cento dei casi, seguono istruzione e sanità, operatori di hotel e ristoranti, trasporti e comunicazione, infine commercio. «Il mobbizzato è sempre una persona sensibile - ha chiarito la psicologa -, spesso timida, un po’ rigida nel senso che è troppo onesta e non si allinea, per esempio, al malcostume di andare a fare la spesa in orario di lavoro». A rischio sono spesso le donne che rientrano da una maternità. Fenomeno in costante crescita e, soprattutto, complesso, perché non è mai determinato da una unica causa. «Chi mobbizza modifica ogni giorno le tecniche di violenza psicologica sulla sua vittima», ha chiarito Cassitto. In un caso su quattro l’evento che precede il mobbing è la ristrutturazione di una azienda o il cambiamento dei vertici. Ma anche l’inserimento in un nuovo posto di lavoro è un momento a forte rischio mobbing. «Il costo sociale è altissimo. Il lavoratore costretto a una forzata inattività - ha concluso la psicologa -, emarginato, ridicolizzato davanti ai colleghi, trasferito senza ragione, affiancato da un collaboratore che progressivamente ne riduce compiti e responsabilità, minacciato di licenziamento, gravato di compiti pericolosi o inadatti, si ammala».

P. D’A.

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I centri di Medicina del Lavoro del SSN cui ci si può rivolgere per affrontare la materia
 
 
LOMBARDIA
Milano: Clinica del lavoro Luigi Devoto. Tel 02-5799244.
VENETO
Verona: Policlinico G.B.Rossi. Tel. 045-8074295.
EMILIA ROMAGNA
Bologna: Ambulatorio del disagio occupazionale. Tel. 051-6079929.
TOSCANA
Pisa: Ambulatorio di medicina preventiva del lavoro. Tel. 050-993809.
LAZIO
Roma
ASL RCM Dipartimento di Prevenzione. Tel. 06-68353576 Centro Mobbing. Tel. 06-52877300.
Poliambulatori Specialistici medicina del lavoro. Tel. 800-986868
Ospedale Sant'Andrea Università La Sapienza. Tel.06-33775266
Day Hospital Umberto I. Tel. 06-64991114
Università Cattolica Policlinico Gemelli, Medicina del lavoro.
Tel. 06-3503786
Centro antimobbing Regione Lazio. Tel. 06-51684652
ABRUZZO
Pescara: Sportello mobbing ASL. Tel. 085-4253999. Sito: www.ausl.pe.it  
CAMPANIA
Napoli: Az. Univ. Policlinico II, Servizio medicina del lavoro. Tel. 081-5665140
PUGLIA
Foggia: Centro malattie da stress e disadattamento Lavorativo ASL FG 3. Tel. 0881-732943
Taranto: Centro per prevenzione diagnosi cura per malattie da stress occupazionale e disadattamento lavorativo.
ASL Taranto 1. Tel. 099-7786429
SICILIA
Messina: Dipartimento medicina sociale del territorio, sezione medicina del lavoro, Policlinico Universitario.
Tel 090-2212052.
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Mobbing nel pubbico impiego: presupposti e riparto di giurisdizione

Il reiterarsi di una serie di episodi qualificabili come vessatori e prolungatisi nel tempo da parte di un superiore gerarchico, con conseguenze pregiudizievoli sul dipendente, in presenza di un comportamento omissivo della Pubblica Amministrazione, tale da comportare un lassismo e un’assoluta mancanza di controllo, concretizzano un fenomeno di mobbing, dando diritto al risarcimento biologico, professionale o esistenziale subito. A queste conclusioni è giunto il TAR per l’Abruzzo, Pescara, sezione I, nella sentenza 23 marzo 2007 n. 339. La vicenda ha visto coinvolto un Assistente di Polizia penitenziaria, rappresentante sindacale all’interno di un carcere, che si è ritenuto vittima di una serie di vessazioni – costituenti nel loro insieme mobbing – da parte di alcuni dipendenti che rivestivano ruoli superiori, essendo Ispettori o addirittura Direttori, esponenti di altri sindacati. In particolare, vi erano stati da parte di questi ultimi una serie di contestazioni nei confronti dell’Assistente, alcuni di natura disciplinare, conclusi con successiva archiviazione. L’interessato, caduto in una profonda depressione per il clima lavorativo avverso, che aveva nei suoi confronti prodotto un grave isolamento, per cui ha dovuto far ricorso anche a delle cure psichiatriche, avanzava richiesta di danno all’Amministrazione e dopo il respingimento della stessa proponeva ricorso al TAR. Investito della questione, il Collegio affronta dapprima la problematica del riparto di giurisdizione, atteso che la questione riguarda la polizia penitenziaria, è rientrante nel pubblico impiego non privatizzato. Il TAR, richiamando un indirizzo giurisprudenziale maggioritario (Cass. Civ. SS.UU., 22.5.2002, n.7470; 27.2.2002, n.2882; 29.1.2002, n.1147; TAR Liguria, Genova, sez.I, 12.3.2003; TAR Lazio, sez. III bis, 25.6.2004, n.6254) ritiene che al fine di individuare il giudice competente è determinante la qualificazione giuridica, contrattuale o extracontrattuale, dell’azione di responsabilità fatta valere in giudizio. Pertanto, secondo questo orientamento, è competente il giudice ordinario, quando l’azione del risarcimento del danno al dipendente è fondata sulla responsabilità extracontrattuale della Pubblica Amministrazione, come nella richiesta del danno biologico per lesione attinente all’integrità psico-fisica che derivi dalla situazione di disagio e dal comportamento di superiori (Corte Cost. 14.7.1986, n.184); è competente, invece, il giudice amministrativo, quando la domanda risarcitoria scaturisce da una violazione del rapporto contrattuale, essendo fondata sull’inadempimento da parte del datore di lavoro pubblico di obblighi relativi al rapporto di impiego, tra cui anche la violazione dei doveri di imparzialità e buona amministrazione, posti in essere con un comportamento omissivo o commissivo, venendo meno all’obbligo specifico, di cui all’art. 2087 c.c., che vincola il datore di lavoro ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica e morale del lavoratore. Il giudice amministrativo è competente, altresì, in alcuni casi particolari, quando sussiste il cumulo di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, e in tema di mobbing, possono ricorrere particolari condizioni “ove il rapporto di lavoro non ha costituito la mera occasione per la condotta vessatoria ed ostile di colleghi o superiori gerarchici, ma ha visto anche la configurazione di una culpa in vigilando da parte dell’amministrazione, che, consapevole di tale condotta, nulla ha posto in essere perché cessasse il lamentato atteggiamento di ostilità”. Premessa questa differenziazione processuale, il TAR, tenuto conto delle varie pronunce giurisprudenziali, ha sostenuto che sussiste il mobbing – definito quel “complesso di atteggiamenti illeciti posti in essere nell’ambiente di lavoro nei confronti di un dipendente e che si risolvono in sistematici e reiterati comportamenti ostili, che finiscono per assumere forme di violenza morale o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire l’isolamento e la emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psichico e del complesso della sua personalità” – in presenza delle suddette condizioni: a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamene sistematico e prolungato contro il dipendente, in guisa tale da disvelare un intento vessatorio; b) l’evento lesivo alla salute e alla personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del mobber e il pregiudizio alla integrità psico-fisica; d) la dimostrazione dell’elemento soggettivo. Nel caso di specie, provata la sussistenza del primo elemento, ammesso in parte dalla stessa Amministrazione, che ha affermato di conoscere la situazione di conflittualità tra i Ispettori e agente interessato, provato l’evento lesivo della depressione e il nesso eziologico, in quanto prima di subire tali atteggiamenti vessatori non accusava tali disturbi, rimaneva la dimostrazione dell’elemento soggettivo. Al riguardo, il Collegio ha fatto rilevare che concorrendo la responsabilità contrattuale con quella extracontrattuale, “sul piano processuale si rende applicabile la disciplina dell’onere probatorio più agevole per il ricorrente, ossia quello contrattuale, e quindi ai sensi dell’art. 2087 c.c., che è la norma più confacente alle ipotesi di mobbing, in quanto trasferisce in ambito contrattuale il più generale principio del neminem laedere, ripartendo l’onere della prova, grava sul datore di lavoro l’onere di aver ottemperato all’obbligo di protezione dell’integrità psicofisica del lavoratore, che, esentato dall’onere di provare il dolo o la colpa del datore di lavoro, è tenuto solo a provare la lesione dell’integrità psicofisica ed il rapporto causale tra il comportamento datoriale e il pregiudizio alla salute (Trib. Tempio Pausania, 10.7.2003, n.157)”. Atteso che l’Amministrazione non ha fornito alcuna prova di aver posto in essere tutte le misure necessarie alla tutela dell’integrità pisico-fisica del lavoratore, ma anzi, il Direttore del carcere non richiamando gli Ispettori ad un senso di maggiore imparzialità e obiettività nell’esercizio del potere gerarchico e ad una visione più serena del rapporto con il ricorrente, ha omesso un intervento doveroso, in violazione dei principi di buona fede e correttezza nella gestione dei rapporti di lavoro, nonché violazione dei doveri di imparzialità e buona amministrazione (siffatto comportamento omissivo, che rileva ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo in testa all’Amministrazione di appartenenza, va considerato tenuto conto del disposto combinato di cui agli artt. 2087, 1218 e 1228 c.c. e di cui all’art.2049 c.c. per quanto concerne la responsabilità extracontrattuale), sulla base delle predette argomentazioni il Tar ha deciso di accogliere il ricorso. Gesuele Bellini

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