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TAR Lazio - Roma - SEZ. I TER - Sentenza n. 1051 del 07/02/2005
Lavoro straordinario - diritto ad avere il compenso

Dovere del dipendente pubblico di prestare il lavoro straordinario, possibilità di autorizzarlo anche per implicito e diritto ad ottenere la sua remunerazione anche nel caso in cui manchi apposita copertura di spesa.

TAR LAZIO - ROMA, SEZ. I TER - Sentenza n. 1051 del 07/02/2005

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE DEL LAZIO

Sezione I ter

nelle persone dei signori

Luigi                        Tosti                        PRESIDENTE

Carlo                        Taglienti                COMPONENTE

Franco                     De Bernardi           COMPONENTE, estensore

ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

 

sul ricorso n. 13309/1997 R.G.R., proposto dal signor ****, elettivamente domiciliato in ****, presso l’avv. ****, che lo rappresenta e difende – per mandato – unitamente all’avv. ****;

- ricorrente -

 

contro

 

la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dip. della Protezione Civile), domiciliato, presso l’Avvocatura Generale dello Stato, che lo rappresenta e difende “ex lege”;

- resistente -

per l’accertamento

 

del diritto a vedersi corrispondere – maggiorate degli accessori di legge – le somme di denaro spettategli a titolo di compenso per il lavoro straordinario prestato nel periodo che va dal luglio del ’92 all’ottobre del ’95 e, conseguentemente,

 

per la condanna

 

della p.a. ad erogargli materialmente tali somme.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio della p.a.;

Visti gli atti tutti della causa;

         Uditi, alla pubblica udienza del 16.12.2004 (relatore il dott. Franco De Bernardi), i difensori delle parti (come da apposito verbale);

Ritenuto e considerato quanto segue:

 

FATTO e DIRITTO

 

         Col ricorso in esame, il colonnello **** ha chiesto – previo accertamento del relativo diritto – la condanna della Presidenza del Consiglio dei Ministri a corrispondergli, maggiorate degli accessori di legge, le somme di denaro dovutegli a titolo di compenso per il lavoro straordinario da lui prestato (presso il Dipartimento della Protezione Civile) nel periodo che va dal luglio del ’92 all’ottobre del ’95.

All’esito della discussione svoltasi nella pubblica udienza del 16.12.2004, il Collegio – trattenuto il predetto ricorso (nel frattempo debitamente istruito) in decisione – ne constata la sostanziale fondatezza.

Va, innanzitutto, premesso che – non essendo in discussione la legittimità dell’atto amministrativo che nega l’autorizzazione ad effettuare lo “straordinario” richiesto (o che, comunque, la concede in misura inferiore a quella auspicata dal pubblico dipendente), la presente controversia riguarda effettivamente (al di là delle prospettazioni attoree) una questione di diritto soggettivo: da risolversi, quindi (sul piano probatorio), alla luce dei princìpi di cui all’art. 2697 c.c. (ai sensi del quale è il convenuto che, per non esser condannato, deve provare l’esistenza dei fatti estintivi o impeditivi del diritto vantato – nei suoi confronti – dall’attore).

Fatte queste premesse, si reputa sufficiente osservare come l’Amministrazione intimata non abbia fornito (neppure in sede istruttoria) alcun elemento atto a smentire la veridicità dei dati contenuti nella copiosa documentazione prodotta dal ricorrente: dalla quale si evince che il soggetto in questione ha accumulato, nel periodo di riferimento, ben 2028 ore di lavoro straordinario.

Non risulta, in particolar modo, smentito che l’interessato – dal luglio del ’92 all’ottobre del ’95 – abbia effettivamente svolto (nell’ambito del Dipartimento della Protezione Civile) mansioni di Capo Sala Operativa del “****” e che – in tale veste – abbia realmente effettuato turni di servizio di 24 e, spesso, di 48 ore continuative.

Non risulta, altresì, smentita la circostanza in base alla quale le ore di servizio prestate in eccedenza a quanto dovuto (e non retribuite, appunto, come “straordinario”) non sono (neppure) state remunerate con la concessione dei prescritti “riposi compensativi”. (La sussistenza dei fatti costitutivi del diritto vantato dal ricorrente è stata viceversa provata attraverso la produzione – da parte del **** – degli “statini” riepilogativi mensili, vistati dal dirigente preposto al Servizio al quale egli era addetto, e dagli “specchi” dei vari turni di servizio: acquisiti, dal **** stesso, in occasione dell’accesso da lui effettuato ai sensi della “241”).

Ciò posto; si rileva

- che, tra i doveri di ufficio dei pubblici dipendenti (cfr., “ex multis”, C.G.A. n.106/86), rientra anche quello di svolgere – in aggiunta al normale orario di servizio – il lavoro straordinario che si renda necessario per soddisfare specifiche esigenze dell’Amministrazione di appartenenza;

- che il ricorrente era addetto ad un servizio chiamato (senza alcun dubbio) a rispondere ad esigenze indilazionabili, imprevedibili e non programmabili;

- che, se l’impiegato – per fronteggiare situazioni di tal natura – presta lavoro straordinario (anche) oltre i limiti orari consentiti, ha comunque titolo (in virtù del principio sinallagmatico) per ottenere il relativo compenso (cfr., sul punto, C.d.S., V^, n. 1246/92);

- che, soprattutto quando ha ad oggetto (come nel caso di specie) l’attività propria di funzionari di livello particolarmente elevato, l’autorizzazione ad effettuare il lavoro “de quo” (cfr., sul punto, C.d.S., VI^, n. 353/81) può esser anche di tipo implicito;

- che, purché autorizzate (anche nel senso testé precisato) dall’organo competente, le ore di straordinario effettivamente rese dal pubblico impiegato devono esser remunerate indipendentemente dalla mancanza di idonea copertura di spesa nell’apposito capitolo di bilancio: e ciò, in quanto le norme di contabilità – se disciplinano l’organizzazione interna degli uffici pubblici – non attribuiscono certo alla p.a. (cfr., sul punto, T.A.R. Lombardia, MI, III^, n. 471/95) il potere di incidere sul diritto soggettivo di credito del proprio dipendente.

Pur ravvisando giustificati motivi per compensare tra le parti le spese di lite, il Collegio (che non ha ragione di discostarsi dagli orientamenti giurisprudenziali formatisi “in subjecta materia”) non può pertanto che ritenere fondate le pretese azionate – nella circostanza – dal ricorrente: che, nei limiti risultanti dall’applicazione del disposto dell’art. 22, 36° comma, della legge 724/94 (ai sensi del quale, il cumulo di interessi legali e rivalutazione monetaria sulle somme tardivamente corrisposte al pubblico dipendente è consentito solo relativamente ai crediti maturati da questo al 31.12.’94), dovranno conseguentemente esser soddisfatte.

 

P. Q. M.

 

IL TRIBUNALE AMMINISTRATIVO REGIONALE DEL LAZIO

 

Sezione i ter

 

- accoglie, con le precisazione di cui in motivazione, il ricorso indicato in epigrafe;

- compensa tra le parti le spese del giudizio.

 

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa, di cui sono fatte salve le ulteriori determinazioni.

 

Così deciso in Roma, addì 16.12.2004.

 

Luigi                     Tosti                                PRESIDENTE

Franco                  De Bernardi                   ESTENSORE