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Le cause e le condizioni del mancato decollo dei fondi previdenziali integrativi

ItaliaOggi  - Lavoro e Previdenza
Numero 184, pag. 45 del 4/8/2006
Autore: di Natale Forlani

Da quando il governo Amato, nel lontano 1992, ha aperto la strada alle tre riforme del sistema pensionistico italiano negli anni successivi, il decollo della previdenza complementare è stato considerato una priorità dall'insieme degli esperti e degli attori istituzionali e sociali. Le ragioni sono ampiamente condivisibili. Da un lato l'incremento dell'aspettativa di vita comporta un analogo allungamento della quantità delle prestazioni erogate dalla previdenza pubblica. Dall'altro, la revisione delle erogazioni medie procapite necessarie per far fronte ai costi del sistema pensionistico richiede un complemento di risparmio personale aggiuntivo destinato a mantenere i livelli dignitosi del reddito da pensione. A maggior ragione questo vale per le giovani generazioni, penalizzate dall'avvento della riforma delle pensioni che prevede l'utilizzo del sistema contributivo che valorizza i contributi realmente versati, con una previsione di un abbattimento di circa il 20% delle prestazioni medie a partire dal 2030. Ma nonostante la necessità di favorire la previdenza complementare, i provvedimenti rivolti a farla decollare hanno incontrato molti ostacoli. Il quadro offerto dalla recente relazione annuale della Covip (Commissione di vigilanza per i fondi pensione) è sconsolante. Solo il 13% degli occupati ha aderito ai fondi di nuova costituzione, per un risparmio che non supera i 50 mld di euro. Cifre non rapportabili a paesi come Usa e Gran Bretagna dove il tasso di adesione si avvicina al 70% degli occupati, e il risparmio capitalizzato supera il prodotto interno lordo. Certamente pesa il diverso contributo della previdenza pubblica ma è preoccupante rilevare che tra i giovani aderisce ai fondi solo il 6,5% della relativa quota di occupati, rispetto al 25% degli over 50. Altrettanto modesto è il contributo annuale medio per ogni aderente ai fondi, inferiore a 1.500 euro annui. Il protagonismo maggiore l'hanno registrato i fondi promossi dalle parti sociali, che hanno raccolto nei 30 fondi varati il 70% della raccolta e 3/4 degli iscritti. I fondi aperti hanno fatto il resto. Unitamente ai piani individuali di previdenza sono circa 3 mln gli italiani che investono nella pensione integrativa. La buona notizia è il fatto che i rendimenti annuali dei fondi si attestano oltre il 7-8%. Percentuale quasi tripla rispetto alla valutazione del tfr, di cui tanto si discute sull'opportunità di trasferirlo dalle imprese ai fondi di previdenza per far decollare definitivamente le pensioni integrative. È necessario interrogarci riguardo le ragioni che originano fenomeni tanto paradossali che evidenziano gravi ritardi rispetto ai fabbisogni emergenti. Offriamo alcune spiegazioni: anzitutto la scarsa percezione collettiva del problema. La profonda demarcazione delle prestazioni tra vecchie e nuove generazioni è oggetto di analisi di esperti, ma le mobilitazioni dei sindacati avvengono ancora per difendere coloro che stanno meglio anziché migliorare le prestazioni più a rischio. Un esempio lampante sono le contribuzioni del Fondo separato dei co.co.co., esigue nella entità e con il rischio di perdere i contributi se non si raggiungono i cinque anni specifici di contribuzione. È uno scandalo che, nonostante il tanto parlare di precariato, non è mai stato affrontato sul serio. Una seconda ragione è rappresentata dagli alti costi della previdenza pubblica, che offre pochi spazi a un risparmio aggiuntivo destinato alla previdenza complementare. Per questo si parla tanto di utilizzare il tfr a questo scopo, sinora con scarsi risultati. Qui si innesta il terzo motivo che impedisce il decollo: la precarietà del quadro legislativo di riferimento che offre scarsi incentivi al risparmio previdenziale personale. Da oltre dieci anni si parla della riforma, ma gli atti prodotti sono concepiti come provvisori compreso l'ultimo varato dal governo Berlusconi che ne posticipa l'attuazione nel 2008. Troppi i problemi e gli interessi in gioco. Ci sono i vincoli della finanza pubblica che ne limitano gli incentivi, i conflitti tra i fondi negoziali e le banche e le assicurazioni che vorrebbero dirottare il tfr verso quelli aperti, le imprese reticenti a rinunciare a un risparmio loro disponibile. Ma le conseguenze sono potenzialmente drammatiche. Se si vuole rimettere mano alla riforma Maroni, si faccia presto e tenendo conto degli utenti interessati. Altrimenti le polemiche non faranno altro che aumentare incertezze nei lavoratori.

(riproduzione riservata) (Il SiAPoL ringrazia l'Editore per la cortese concessione )

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