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Il capo non può dire «Non fai un ca....»
Sentenza n.42064/2007

Si era intromesso durante un delicato colloquio di lavoro, in un momento carico di tensione ed il suo superiore l'aveva poco amabilmente mandato a quel tal paese. Nello specifico: «Mo' m'hai rotto li c..., io voglio sape' te che c... ci stai a fa' qua dentro, che nun fai un cacchio e altro». Il sottoposto, ferito nell'orgoglio, si rivolge allora al tribunale. Ieri, la sentenza numero 42064 della Cassazione ha confermato la condanna per ingiuria inflitta al capoufficio nel marzo del 2006. All'epoca l'imputato si era rivolto alla Suprema Corte contro il verdetto, sottolineando che «in considerazione del rapporto gerarchico esistente» tra lui e il dipendente «della circostanza che il fatto avvenne durante l'orario di lavoro e che la persona offesa si era intromessa in colloquio di lavoro tra altre persone, peraltro in ambiente di lavoro ricco di tensione, quale quello della movimentazione dei valori, la frase pronunciata non aveva valore di ingiuria, trattandosi di espressione volgare e colorita utilizzata come forte critica nei confronti di un comportamento stigmatizzabile del sottoposto». Aveva anche aggiunto abbondanti note di colore sull'ambiente dell'ufficio, sede del misfatto. «In quel particolare luogo di lavoro», disse l'imputato, «era possibile udire ogni tipo di sconcezze e non è quindi condivisibile l'opinione che il dipendente, quasi rivestisse la figura di Cappuccetto Rosso, si fosse sentito offeso nell'onore». Ad interpretare la parte del cacciatore, però, è la quinta sezione penale della Cassazione, che ha giudicato il ricorso come "inammissibi le". Perché un conto è sottolineare in maniera anche decisa, «gli aspetti censurabili del comportamento del subordinato», facendo in modo che le espressioni di critica del capo «chiariscano i connotati dell'errore, sottolineino l'eventuale trasgressione realizzata», un conto è se le frasi usate «integrino disprezzo per l'autore del comportamento». Così si esprime la Suprema Corte. Se le frasi utilizzate «attribuiscono all'autore del comportamento, inutilmente, intenzioni o qualità negative o spregevoli, non può sostenersi che esse, in quanto dirette alla condotta e non al soggetto, non hanno potenzialità ingiuriosa». E siccome è stato accertato dai giudici che la violenza verbale utilizzata dall'imputato in questione «non era finalizzata a stigmatizzare una specifica condotta censurabile del dipendente nell'esercizio delle sue mansioni, bensì era motivata dalla stizza», allora ecco che «la concreta fattispecie esula dalle ipotesi di critica legittima». Maria Acqua Simi (Libero 15 novembre 2007)