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Mobilità tra Enti come cessazione o semplice trasferimento di rapporto di lavoro ?
Interpretazioni divergenti tra Funzione Pubblica e Corte dei Conti

È la questione se considerare la mobilità come cessazione o meno l'ennesimo contrasto interpretativo sulla normativa del personale, che sta rendendo difficile la vita agli operatori. Ancora una volta, funzione pubblica e Corte dei conti non riescono a trovare una posizione comune su temi gestionali estremamente delicati, lasciando allo sbaraglio gli enti.

 Italia Oggi 25/4/2008 

Con la recente circolare 18 aprile 2008, n. 4/2008, il dipartimento guidato da Luigi Nicolais, coerentemente con l'interpretazione enucleata da tempo, conferma che la mobilità in uscita non costituisce «cessazione».

La circolare 4/2008 specifica meglio il concetto, distinguendo gli effetti che la mobilità in uscita determina nel singolo ente, dal punto di vista aziendale, dagli effetti che si determinano sulla spesa complessiva di personale, nel comparto pubblico. È evidente che la mobilità in uscita comporta un risparmio di spesa e una razionalizzazione dell'organico nei riguardi dell'ente cedente; ma, poiché il rapporto di lavoro viene ceduto a un altro ente pubblico, la spesa pubblica di personale nel suo complesso rimane invariata. Dunque, se l'ente cedente assumesse un dipendente per sostituire quello che ha lasciato andare in mobilità, la spesa pubblica complessiva aumenterebbe. Si determinerebbe, pertanto, un effetto diametralmente opposto a quello voluto dalle leggi finanziarie succedutesi a partire dal 2003. Afferma, dunque, la circolare che la mobilità in uscita non comporta una vacanza della dotazione organica, utile per procedere alle assunzioni vincolate alle cessazioni verificatesi l'anno precedente. Le cessazioni vere e proprie sono determinate, dunque, da licenziamenti, dimissioni, pensionamenti, cause di vera e propria risoluzione del rapporto di lavoro. Questa analisi della mobilità ha effetti rilevanti nei confronti degli enti locali non tenuti al rispetto del patto di stabilità, i quali, secondo palazzo Vidoni, rimangono soggetti a un regime limitativo di assunzioni, poiché l'articolo 1, comma 562, della legge 296/2006 stabilisce che essi possano acquisire nuovo personale solo nel limite della spesa di personale del 2004 e a condizione che vi siano state cessazioni l'anno precedente. E si tratta, appunto, di cessazioni derivanti dalla risoluzione del rapporto di lavoro, non alla mobilità. La circolare, inoltre, ricorda che, ai sensi dell'articolo 1, comma 47, della legge 311/2004 la mobilità intercompartimentale è ammessa in forma libera, senza preventiva autorizzazione o previsione, solo tra amministrazioni sottoposte al regime di limitazione delle assunzioni. Infatti, in questo caso la spesa pubblica complessiva rimane invariata. La mobilità intercompartimentale di personale proveniente da amministrazioni non soggette a vincoli per le assunzioni verso altre amministrazioni di questo tipo e, soprattutto, amministrazioni coinvolte da vincoli assunzionali (per esempio, mobilità da un ente locale soggetto al patto, ad altro ente locale non soggetto) è possibile solo a condizione di considerarla come

La tesi della Corte dei conti. Di diverso avviso è, invece, la magistratura contabile. Già nel corso del 2007 molte sezioni regionali di controllo si erano espresse nel senso che la mobilità in uscita costituisce vera e propria cessazione, anche per gli enti non soggetti al patto. Tale avviso è di recente confermato e approfondito dalla sezione regionale di controllo per il Piemonte, col parere 1° aprile 2008, n. 8/Par./2008. La sezione ricorda che ai sensi dell'articolo 5, comma 8, del dpcm 15 febbraio 2006 per cessazioni devono intendersi quelle derivanti da estinzione del rapporto di lavoro, con esclusione dei processi di mobilità. Secondo i magistrati contabili, però, tale decreto deve ritenersi non più applicabile per quanto riguarda il regime delle assunzioni. Infatti, la legge 296/2006 avrebbe introdotto una nuova disciplina che si sovrappone infatti a quella preesistente, alla quale il decreto ha dato attuazione. Il parere evidenzia, allora, che è solo la nuova disciplina da tenere in considerazione, per stabilire se la mobilità in uscita sia o no una cessazione. Ancora, il parere della sezione rileva che l'articolo 1, comma 562, della legge 296/2006 si riferisca alle cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato «complessivamente» intervenute. L'avverbio «complessivamente» sembra supportare l'interpretazione estensiva suggerita e, pertanto il «superamento della rigidità del regime precedente». La sezione evidenzia che con la mobilità si pone in essere un trasferimento del lavoratore interessato a altra parte datoriale, dal quale deriva una successione a titolo particolare di quest'ultima nel rapporto in essere: ciò, secondo il parere, inequivocabilmente configura, per l'amministrazione di provenienza, una cessazione del rapporto di lavoro. Secondo il parere questa interpretazione è da considerare coerente con la ratio della legge 296/2006, il cui intento è consentire nuove assunzioni, a condizione che si siano verificate cessazioni nell'anno precedente, tra le quali occorre comprendere quelle dovute a mobilità: infatti, anche includendo le mobilità in uscita si esclude che le nuove assunzioni gravino finanziariamente sugli esercizi futuri dello stesso ente, compromettendo l'obiettivo principale del contenimento delle spese per il personale.

Ancora una volta si deve auspicare un intervento normativo, in grado di definire la querelle.

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