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Sez.Terza penale n.27469 del 7/7/2008
Vessazioni sul luogo di lavoro come maltrattamenti in famiglia

Il testo della sentenza 27469/2008 

Le vessazioni sul posto di lavoro possono costare al capo ufficio una condanna per maltrattamenti in famiglia e quindi la reclusione fino a cinque anni. Dalle avances al ricatto sesso in cambio di lavoro, dalla mancata regolarizzazione della posizione lavorativa allo stipendio dimezzato: sono tutti comportamenti che quando raggiungono una certa gravità sono perseguibili penalmente. Non basta. Il lavoratore potrà ottenere anche il risarcimento del danno da mobbing. A distanza di un anno dalla sentenza n. 33624 con la quale la Corte di cassazione aveva affermato che il mobbing non è reato, ieri è stata depositata un'altra decisione, la n. 27469, con la quale, in mancanza di una legge, il Collegio di legittimità ha preso una posizione molto dura contro i comportamenti vessatori da parte del datore di lavoro. Lui, come avviene per il capofamiglia, «esercita un'autorità» sulla vittima o meglio «una soggezione». Ecco perché, spiega la Cassazione, il reato di maltrattamenti in famiglia può essere applicato anche sul posto di lavoro. Infatti, «non v'è dubbio che all'imprenditore spetti l'autorità sui propri dipendenti». Insomma, dove non si è arrivati con una legge la giurisprudenza ha cercato di sopperire. Nel caso sottoposto all'esame della terza sezione penale è stata infatti confermata la responsabilità nei confronti di un capo ufficio che aveva fatto delle avances molto pesanti a una sua dipendente rifiutandosi di regolarizzare il rapporto di lavoro e la retribuzione se questa non avesse accettato le sue continue proposte. Non solo. A questo ricatto si aggiungevano i continui «e mortificanti rimproveri per gli errori che la dipendente commetteva nell'espletamento delle sue mansioni».

Per questi fatti il tribunale di Enna, a dicembre del 2005, aveva condannato l'uomo a un anno e due mesi di reclusione per violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia. A giugno del 2007, la Corte d'appello di Caltanissetta aveva confermato il verdetto. Contro questa decisione il datore di lavoro ha fatto ricorso in Cassazione, ma gli «ermellini» hanno confermato la sua responsabilità penale. In particolare, la Suprema corte, dilatando nuovamente l'ambito di applicazione del reato di maltrattamenti in famiglia, ha messo nero su bianco che «gli atti vessatori che possono essere costituiti anche da molestie o abusi sessuali nell'ambiente di lavoro, oltre al cosiddetto fenomeno del mobbing, risarcibile in sede civile, nei casi più gravi possono configurare anche il delitto di maltrattamenti».