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Sez. VI penale-Sentenza n. 19135/2009
La privatizzazione del lavoro nella p.a. non muta la natura pubblicistica della funzione

Commette abuso d'ufficio il sindaco che rimuove un dirigente per ritorsione facendo valere generiche ragioni di sfiducia nei confronti del suo operato. La privatizzazione del pubblico impiego, che ha attribuito alla cognizione del giudice ordinario le controversie in materia, non incide sulla natura pubblicistica della funzione svolta dal primo cittadino che così viene ad assumere in tutto e per tutto la qualifica di pubblico ufficiale. Lo ha chiarito la sesta sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza n. 19135/2009 depositata ieri in cancelleria. Gli Ermellini hanno confermato la sentenza della Corte d'appello di Caltanissetta che nel 2008 aveva condannato per abuso d'ufficio l'ex sindaco del comune siciliano reo di aver illegittimamente rimosso il comandante della polizia municipale dall'incarico di dirigente del settore commercio, annona e polizia locale. Una destituzione che, come accertato in primo grado dal tribunale nisseno, era stato motivata da mere ragioni di ritorsione nei confronti del dirigente che aveva segnalato alla procura della repubblica l'irregolarità di alcune antenne posizionate su un terreno a cui era interessato il figlio del primo cittadino.

Oltre a negare nel merito la sussistenza delle accuse, il sindaco si è difeso in Cassazione affermando che la qualifica di primo cittadino non sarebbe sufficiente a qualificarlo come pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. E questo perché, a suo dire, il dlgs n. 165/2001 (Testo unico sul pubblico impiego) colloca la dirigenza pubblica «in un'area di diritto comune». In altre parole, secondo il sindaco, la privatizzazione del pubblico impiego avrebbe posto al di fuori della potestà amministrativa qualsiasi atto di gestione del rapporto dirigenziale, compresa la revoca. In quest'ottica, il comune dovrebbe essere totalmente parificato a un datore di lavoro privato (che opera come parte e non, dunque, come autorità) e la revoca dall'incarico in realtà non sarebbe altro che un licenziamento senza giusta causa, «espressione di autonomia negoziale e non di esercizio di funzione pubblica o di potere di autotutela».

La Cassazione però ha respinto tutte le argomentazioni difensive del sindaco. «Palesemente infondata», scrivono i giudici che hanno condannato il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali, «è la deduzione difensiva secondo cui il conferimento di un tale incarico (dirigenziale, ndr) sarebbe una sorta di atto privato discrezionale del sindaco/datore di lavoro e la revoca inciderebbe solo sul rapporto privatistico instauratosi, realizzando una sorta di mero licenziamento senza giusta causa». Per i giudici di legittimità, dunque, la rimozione del dirigente non può essere considerata una semplice manifestazione di autonomia negoziale. Si tratta, invece, dice la Corte, di «un atto finalisticamente orientato alla realizzazione di pubblici interessi». E per averne una conferma basta leggere il Testo unico sugli enti locali. «La nomina del dirigente, e la sua revoca che l'art. 109 del Tuel disciplina contestualmente», scrivono gli Ermellini, «è strettamente connessa proprio al migliore perseguimento delle più rilevanti finalità istituzionali e si risolve nell'attribuzione al medesimo dirigente di funzioni e poteri di natura strettamente pubblicistica». «La natura pubblicistica della funzione svolta e dei poteri esercitati», conclude la Corte, «non muta e con essa non muta la qualifica di pubblico ufficiale rilevante ai sensi dell'art. 357 del codice penale».

Italia Oggi 8/5/2009 Francesco Cerisano (Si ringrazia l'Autore e l'Editore per la gentile concessione)