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C'e' mobbing a quattro condizioni
Excursus analitico nella sentenza della Cassazione n. 3785/2009

Mobbing in ufficio, la Cassazione detta agli impiegati le regole d'oro per chiedere e ottenere i danni in caso di vessazioni sul posto di lavoro.

Prima di tutto, dicono gli ermellini per prevenire inutili cause, «per mobbing si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili, che finiscono per assumere forme di prevaricazione e di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l'emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità».

 

Fissato il principio, la Suprema Corte evidenzia i quattro punti imprescindibili per ottenere i danni. Occorrono, dunque, una «molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio». Secondo punto necessario per bollare un'azione come atto di mobbing consiste nell'«evento lesivo della salute o della personalità del dipendente». Nel vademecum, la Suprema Corte (sezione Lavoro, sentenza 3785) sottolinea inoltre la necessità di un «nesso eziologico tra la condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico e il pregiudizio all'integrità psico-fisica del lavoratore». Quarto punto fondamentale è dato dalla «prova dell'elemento soggettivo», vale a dire «dell'intento persecutorio».

 

In questo modo, i supremi giudici hanno bocciato il ricorso di un postino piemontese, Michele G. che, nell'inverno del 2001, scendendo dall'auto di servizio, era scivolato su una lastra di ghiaccio battendo violentemente la testa e riportando lesioni personali per le quali l'Inail gli aveva riconosciuto una invalidità dell'11%. Il lavoratore aveva fatto causa alle Poste, sostenendo che l'infortunio era da imputarsi a colpa delle Poste che non lo avevano dotato di scarpe antiscivolo e, affermando ancora di essere stato vittima di vari episodi di mobbing. Da qui la richiesta di risarcimento danni. La Cassazione ha bocciato il ricorso del lavoratore, sostenendo che nonostante «l'esistenza di contrasti tra la dirigente d'ufficio e Michele G.» questi «non sono tali da provare la sussistenza di un intento vessatorio del dirigente dell'ufficio». (da Italia Oggi 3 settembre 2009).

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