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Chi ha il part-time può tornare a tempo pieno

La legge n. 133/2008 non ha abolito il diritto dei dipendenti del comparto regioni-enti locali che hanno ottenuto il part-time a rientrare a tempo pieno, trascorsi due anni dalla trasformazione. Come è noto, l'articolo 73 della manovra estiva del 2008 ha modificato il regime del tempo parziale nel lavoro pubblico, ripristinando per le pubbliche amministrazioni la facoltà di concedere o negare la trasformazione da tempo pieno a tempo parziale dell'orario di lavoro, richiesta dai dipendenti. Fino alla riforma, per effetto della legge n. 662/1996, i lavoratori pubblici vantavano un vero e proprio diritto potestativo ad ottenere la trasformazione.

Sulla base della riforma imposta dal ministro Brunetta, sicuramente chiara nel suo contenuto, si vanno diffondendo, però, tra gli operatori prassi attuative, tendenti a estendere gli effetti dell'articolo 73 oltre la sua specifica portata. Sono state infatti formulate teorie secondo le quali la facoltà di concedere o negare il part-time simmetricamente varrebbe anche per le istanze di rientro dal part-time. Insomma, come l'amministrazione può giustificare il diniego all'istanza di trasformazione dal tempo pieno a quello parziale, altrettanto potrebbe avvenire per l'inverso.

Tuttavia, questa sorta di «proprietà inversa» degli effetti dell'articolo 73 della legge n. 133/2008 non trova supporti normativi, sui quali reggersi. La norma della manovra del 2008, infatti, si limita a modificare l'articolo 1, commi 58 e 59, della legge n. 662/1996: non tocca altre disposizioni normative, né legislative, né contrattuali. L'articolo 4, comma 14, del Ccnl 14/9/2000 del comparto prevede che «i dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale hanno diritto di tornare a tempo pieno alla scadenza di un biennio dalla trasformazione, anche in soprannumero oppure, prima della scadenza del biennio, a condizione che vi sia la disponibilità del posto in organico». Si tratta di un vero e proprio diritto soggettivo, che trova la sua fonte diretta nel contratto collettivo, non intaccata né direttamente, né indirettamente dalla riforma. Per considerarsi abolita o disapplicata, la norma contrattuale dovrebbe essere esplicitamente indicata come tale dalla legge, oppure porsi in irrimediabile contrasto con essa. Tuttavia, le nuove norme sul part-time né aboliscono espressamente disposizioni contrattuali, né si pongono in contrasto con loro. L'articolo 73 disciplina, infatti, esclusivamente la fase della trasformazione dal tempo pieno al part-time, riattribuendo poteri discrezionali all'amministrazione, ad uno scopo preciso: porre rimedio al depauperamento della forza lavoro che derivava dalla contestuale presenza di restrizioni sulle assunzioni di personale, e dall'impossibilità sostanziale di opporsi a richieste di trasformazione a part time.

La norma, dunque, non riguarda in alcun modo il percorso inverso. Anzi, proprio perché l'intento dell'articolo 73 è permettere alle amministrazioni di agire per mantenere livelli di forza lavoro considerati necessari per l'organizzazione, il rientro dal part time è da considerare non certo un fattore negativo, ma al contrario giovevole per i datori di lavoro pubblici.

Unico limite al rientro dal part-time, potrebbe considerarsi, semmai, il rispetto del tetto di spesa del personale, dal momento che esso comporterebbe dei costi.

Tuttavia, poiché, come visto, il contratto del 14/9/2000 prevede un vero e proprio diritto soggettivo del dipendente a rientrare a tempo pieno, gli enti hanno il corrispondente onere di programmare la spesa di personale, tenendo conto degli eventuali oneri scaturenti da possibili rientri del personale dal tempo pieno a quello parziale.

Nel caso in cui, invece, i dipendenti siano stati assunti direttamente a part-time, su posti della dotazione organica previsti appunto a tempo parziale, nel caso di richieste di ampliamento dal tempo parziale a quello pieno le amministrazioni conservano il potere, come sempre è stato, di concedere o denegare l'istanza, dovendo agire, comunque, preventivamente sulla dotazione organica e valutando preventivamente anche in questo caso gli oneri finanziari derivanti.

Luigi Olivieri- Italia Oggi 19 settembre 2009 (riproduzione riservata). Si ringrazia l'Editore per la gentile concessione