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Mobbing, fa davvero crollare
Medicina del lavoro -Una ricerca italiana analizza gli effetti fisici delle angherie in ufficio

Il «cedimento» non è solo psichico, ma anche neurobiologico

Konrad Lorenz, l’etologo, è stato il primo a parlare di mob­bing. Non si riferiva a colleghi dell’università di Vienna vessa­ti da qualche 'barone', ma alle anatre selvatiche quando ag­grediscono in gruppo un altro uccello, con un assalto colletti­vo che lo spaventa e lo fa fuggi­re. Un comportamento che esi­ste in natura prima che nel po­sto di lavoro. E che, si scopre oggi, ha effetti ben precisi a li­vello biologico: una ricerca del­l’Università di Napoli, pubbli­cata su
Psychotherapy and Psychosomatics , dimostra che nelle vittime di mobbing si modifica l’attività dell’asse ipo­talamo- ipofisi-surrene.

«Si tratta del principale si­stema biologico per la risposta allo stress ambientale: quando questo sistema si attiva, l’orga­nismo mobilita tutte le risorse necessarie per affrontare la si­tuazione, con la lotta o la fu­ga » — spiega Mario Maj, auto­re della ricerca e presidente della World Psychiatric Asso­ciation —. Finora nessuno ave­va studiato i correlati biologici del mobbing, per capire se e come variano in base alla dura­ta dei soprusi e alla personali­tà delle vittime. I nostri risulta­ti dimostrano per la prima vol­ta che l’esposizione prolunga­ta a mobbing porta a una sorta
di 'esaurimento funzionale' dell’asse ipotalamo-ipofi­si- surrene».

In pratica, i livelli di cortiso­lo, l’ormone dello stress, si ri­ducono al lumicino (il contra­rio di quel che accade in rispo­sta a uno stress acuto): Maj lo ha visto mettendo a confronto
10 persone senza problemi sul lavoro con 10 'mobbizzati', che sopportavano le angherie in ufficio da almeno 9 mesi. Ed è sulla lunga distanza che il cortisolo cola a picco e l’orga­nismo cede: «È come se, dopo una fase di allarme e resisten­za, le risorse per far fronte allo stress venissero meno — dice Maj —. Chi per carattere è mol­to cauto, apprensivo, inibito e ha scarsa capacità di auto-diri­gersi sembra particolarmente vulnerabile a tale 'cedimento biologico': l’inibizione sociale e comportamentale rende que­ste persone meno capaci di af­frontare la violenza sul lavoro e meno popolari in ufficio, e ciò riduce la possibilità di ave­re il sostegno del gruppo dei colleghi. Un aiuto che invece sarebbe essenziale per il mob­bizzato, anche per documenta­re sul piano medico-legale quanto subisce».

Di modi per rendere la vita impossibile in ufficio ce n’è a iosa. Secondo un’indagine con­dotta da ricercatori della Boc­coni su 3000 persone che si so­no rivolte alla Clinica del Lavo­ro di Milano, il metodo preferi­to è negare ferie, permessi, tra­sferimenti. E poi critiche conti­nue, mansioni dequalificanti, carichi di lavoro esagerati con scadenze impossibili, maldi­cenze e mezzi più o meno sub­doli per far sentire emarginati. Risultato: ansia, depressione e disturbi fisici come dolori mu­scolari, cefalea, palpitazioni, tremori.

«Questi sono l’espressione esasperata della risposta biolo­gica acuta allo stress — chiari­sce
lo psichiatra —. Con l’an­dare del tempo possono pren­dere piede i sintomi che espri­mono il cedimento dell’organi­smo, di cui il calo del cortisolo è spia: decadimento generale, scomparsa del desiderio e del­la potenza sessuale, patologie cardiovascolari, ulcera gastri­ca o duodenale». Come uscir­ne?

In teoria chiedendo aiuto: oggi esistono numerosi centri anti-mobbing. «Ma quasi mai
le vittime ci vanno, perché non sanno che ci sono, temo­no ritorsioni sul lavoro o non credono di poter essere aiuta­te — dice Maj —. Un supporto psicoterapeutico è molto utile perché il mobbizzato trovi l’at­teggiamento più adatto a fron­teggiare la situazione. E se i sintomi ansiosi e depressivi so­no disturbanti, possono servi­re anche i farmaci». L’impor­tante è reagire.

Elena Meli -  Corriere Salute 
© RIPRODUZIONE RISERVATA  1/11/2009

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