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Enti, mani libere sul personale
La sezione autonomie della Corte conti ha posto la parola fine a una querelle iniziata nel 2008

In assenza del dpcm attuativo dell'articolo 76, comma 5, del dl 112/2008, convertito in legge 133/2008, le amministrazioni locali non hanno l'obbligo di ridurre l'incidenza della spesa di personale sul totale delle spese correnti (si veda ItaliaOggi del 9 dicembre 2008).

La deliberazione 3/2010 della Corte dei conti, sezione autonomie, dirime definitivamente, anche se con un certo ritardo, una questione che si protrae da oltre un anno, da quando, cioè, la sezione regionale di controllo del Veneto, col parere 8 ottobre 2008, n. 120, aveva sostenuto esattamente il contrario: cioè, la disposizione dell'articolo 76, comma 5, dovesse considerarsi immediatamente operativa, anche in assenza del dpcm. A ruota, molte altre sezioni regionali si erano conformate al parere della sezione veneta, suscitando nelle amministrazioni non pochi problemi di carattere operativo, derivanti dall'assenza assoluta di un parametro per applicare la norma.

La delibera della sezione autonomie appare estremamente rilevante, perché afferma che dell'articolo 76 si applichi, in mancanza del dpcm, solo il comma 7, che pone il divieto di effettuare assunzioni a qualsiasi titolo nei confronti degli enti nei quali l'indice delle spese di personale su quelle correnti sia uguale o superiore al 50%. E tale affermazione è contenuta in una deliberazione espressamente adottata allo scopo di coordinare le varie interpretazioni espresse dalle sezioni regionali di controllo, in quasi un anno e mezzo.

In effetti, la tesi dell'immediata precettività dell'articolo 76, comma 5, non poteva considerarsi appagante. Il parere citato della sezione Veneto ritenne che il dpcm previsto dall'articolo 76, comma 5, non avrebbe funzione attuativa, ma solo il compito di personalizzare in base a vari criteri l'entità della riduzione delle spese di personale rispetto a quelle correnti, senza condizionare l'immediatezza dell'obbligo di riduzione. Ostano a questa visione alcuni elementi di riflessione. Il dpcm ha il compito di definire i parametri e criteri di virtuosità, ai quali correlare «obiettivi differenziati di risparmio». Dunque, attualmente la norma non individua quali sono gli enti virtuosi, rispetto a quelli non virtuosi; né fornisce indicazione alcuna sull'obiettivo di risparmio da conseguire. Poiché tale obiettivo è differenziato, si può certamente supporre che esso sarà più elevato, quanto meno virtuoso risulti l'ente, e viceversa.

Ma, in mancanza dei parametri, non risulta possibile sapere quanto e come ridurre la spesa. Il dpcm, allora, assume verosimilmente funzione attuativa e di un precetto normativo per ora astratto e valido esclusivamente nei riguardi degli enti che denuncino un indice della spesa di personale pari o superiore al 50% di quelle correnti, ai sensi del comma 7 dell'articolo 76.

Per altro, di recente la stessa sezione Veneto, col parere 9 aprile 2009, n. 26 aveva rivisto le sue posizioni, affermando che «bisogna comunque precisare che, come già ricordato nei precedenti pareri 16/2009 e 22/2009, l'art. 76 comma 5 ha introdotto una norma di principio che troverà piena attuazione con l'emanazione del dpcm di cui al comma successivo».

La sezione autonomie, come di recente la sezione Lombardia (parere 973/2009, in data 16 novembre 2009), ha, in ogni caso, correttamente evidenziato che attualmente l'unico obbligo operante è la riduzione progressiva del tetto di spesa in termini assoluti, ai sensi dell'articolo 1, comma 557, della legge 296/2006, specificando che tale riduzione vada annualmente rapportata alla spesa dell'anno precedente.

Solo con la vigenza del dpcm scatterà l'ulteriore obiettivo di riduzione della spesa in termini di incidenza sulla spesa corrente. In questi giorni la Conferenza unificata sta verificando il testo del dpcm, in ritardo già di ben più di un anno.

È auspicabile che i criteri di contenimento tengano conto della situazione di crisi economica, causa per molti enti locali di un repentino abbassamento delle spese correnti, dovuto alla simmetrica riduzione delle entrate correnti, allo scopo di non creare un altro cortocircuito operativo negli enti locali, dopo quello delle interpretazioni eccessivamente restrittive sull'articolo 76, comma 5. 

Italia Oggi Luigi Olivieri 26/1/2010