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Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno
In vigore dall'8/5/2010 il Decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59

© Riproduzione riservata - Si ringrazia l'Editore e Italia Oggi per la gentile concessione

Bar e ristoranti, dall'8 maggio l'Italia si spacca in due. Con l'entrata in vigore del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59, di recepimento della direttiva servizi, le regioni meridionali, prive di legislazione di settore, lasciano i comuni senza criteri di programmazione.

 

Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia non hanno provveduto, fin dal 2001, quando la riforma del titolo V ha attribuito alle regioni la potestà legislativa in materia di commercio, all'approvazione di proprie leggi che disciplinino le procedure di valutazione delle domande tese all'ottenimento dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività di somministrazione di alimenti e bevande, rimanendo quindi legate ai criteri di programmazione stabiliti dalla legge statale sui pubblici esercizi, la n. 287/91, che prevede la fissazione di parametri numerici.

 

Il dl n. 223/06, convertito in legge n. 248/06, ha nel frattempo stabilito che in materia non è ammessa la determinazione di «quote di mercato» e, per effetto della giurisprudenza amministrativa (sentenze del Tar Milano e del Consiglio di stato), la previsione è stata interpretata nel senso del divieto di mantenere nella legislazione regionale il riferimento a parametri e contingenti.

Ma mentre una parte delle regioni, per evitare gli effetti di una completa deregulation, provvedeva all'adeguamento delle proprie norme di programmazione in senso certamente liberista, ma comunque mantenendo ferme le esigenze di controllo del territorio, attraverso una revisione della normativa urbanistica e la previsione di requisiti «di qualità» richiesti per l'apertura di ristoranti e bar, altre, e in particolare quelle meridionali (ma a esse si unisce l'Umbria, per quanto attualmente in attesa di approvazione dei criteri qualitativi richiamati dalla recente legge regionale di recepimento della direttiva 123), rimanevano ferme, lasciando i comuni nella condizione di dover decidere se applicare i «vecchi» parametri, esponendosi ai ricorsi dinanzi ai Tar da parte degli interessati, ovvero «liberalizzare», eventualmente limitandosi a modificare gli standard previsti dai regolamenti edilizi.

Sta di fatto che dall'8 maggio, con l'applicazione del decreto di recepimento della «direttiva Bolkestein», saranno abrogati gli articoli della legge n. 287/91 relativi alla programmazione e, fino a quando le regioni interessate non interverranno per prevedere una propria disciplina, i comuni saranno tenuti unicamente al rispetto dell'art. 64 del decreto medesimo.

Questo prevede che «sono vietati criteri legati alla verifica di natura economica o fondati sulla prova dell'esistenza di un bisogno economico o sulla prova di una domanda di mercato, quali entità delle vendite di alimenti e bevande e presenza di altri esercizi di somministrazione»: trattasi dei criteri alla base della determinazione dei parametri numerici, che pertanto i comuni non possono certamente mantenere, ormai non solo per effetto di interpretazioni giurisprudenziali.

Ma come possono intervenire le amministrazioni locali in mancanza di pertinente legislazione regionale?

Lo spiega l'art. 64, il quale ammette che i comuni, al fine di assicurare un corretto sviluppo del settore, e limitatamente alle zone del territorio da sottoporre a tutela, possono adottare provvedimenti di programmazione delle aperture degli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande al pubblico (fermi restando le esigenze di garantire la fruizione di un servizio adeguato, il diritto dell'imprenditore al libero esercizio dell'attività e le finalità di tutela e salvaguardia delle zone di pregio artistico, storico, architettonico e ambientale) prevedendo, sulla base di «parametri oggettivi e indici di qualità del servizio», divieti o limitazioni all'apertura di nuove strutture, (ma) «limitatamente ai casi in cui ragioni non altrimenti risolvibili di sostenibilità ambientale, sociale e di viabilità rendano impossibile consentire ulteriori flussi di pubblico nella zona senza incidere in modo gravemente negativo sui meccanismi di controllo in particolare per il consumo di alcolici, e senza ledere il diritto dei residenti alla vivibilità del territorio e alla normale mobilità».

Tutto ciò rende evidentemente ineludibili, per i Comuni delle Regioni prive di norme sulla programmazione, immediati interventi che, sulla base di studi relativi alle problematiche che un'apertura «senza regole» di nuove attività potrebbe comportare, mettano al riparo il proprio territorio da possibili conseguenze negative.

Ma è giusto auspicare che, insieme ai Comuni, anche le Regioni (pur essendo i tempi decisionali certamente più lunghi) carenti di legislazione di settore si attivino al più presto.

© Riproduzione riservata Pagina a cura di Giuseppe Dell'Aquila Italia Oggi 3 maggio 2010