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L’età massima per la patente si può stabilire con un test
Conta più l’efficienza mentale che la data di nascita

Arriva un momento in cui guidare può diventare pericoloso, per se stessi e per gli altri. Smettere è una scelta difficile, spesso avvertita come una diminuzione, una perdita d'indipendenza.

Ma in Italia potrebbe diventare un obbligo se sarà accolta la proposta di «pensionare» i guidatori al compimento dell’ottantesimo anno di età. Un’idea che, ovviamente ha sollevato non poche polemiche.

Ma la scienza che cosa dice in proposito? Davvero gli ultraottantenni sarebbero sempre inaffidabili al volante?

I risultati di uno studio israeliano appena pubblicato mettono in dubbio questa asserzione . In ogni caso, neurologi americani che si sono riuniti in aprile a Toronto (Canada) hanno pensato di affrontare il problema senza preconcetti e di stabilire invece dei criteri per stabilire quando i guidatori di una «certa età» sono davvero un «pericolo».

Pubblicate sul numero di luglio della rivista Neurology, le loro raccomandazioni puntano l’attenzione soprattutto sui disturbi cognitivi che possono insorgere con l’avanzare degli anni, più che sulla diminuzione delle vista o dell’udito, che peraltro si accompagnano spesso al deficit cognitivo.

La decisione di formulare le linee guida è partita dalla constatazione fatto che negli Usa ben il 76 per cento di chi ha una «Mic» ( Mild cognitive impairment, cioè compromissione cognitiva lieve) riesce a superare l'esame di rinnovo della patente. Per accorgersi di questi disturbi, sottolineano gli specialisti, occorre innanzitutto fare in modo che il rinnovo della licenza di guida non ricada in una sorta di automatismo istituzionalizzato, gestito da medici che non hanno le necessarie competenze e nemmeno gli strumenti idonei a corrette valutazioni di questo genere.

Il professionista che esegue l'esame deve essere abituato ad aver a che fare con pazienti di questa età e con le loro famiglie e deve essere in grado di sottoporre ai candidati alcune, semplici, griglie di valutazione neuropsicologica, fra cui, in particolare, la scala Cdr che meglio di altre consente di integrare le informazioni fornite dal soggetto con quelle di chi lo accompagna. È importante raccogliere quante più notizie possibili sulla qualità della sua vita del guidatore, anche riguardo l'umore: una depressione non risolta, per esempio, può sfociare in una pseudodemenza che riduce le performance cognitive al pari di una compromissione organica.

«Sono d'accordo coi colleghi americani - commenta Carlo Caltagirone, direttore scientifico dell'Istituto Santa Lucia di Romamentre non lo sono con la proposta di negare a priori la patente agli ottantenni: non si può pensare che solo il dato anagrafico sia il criterio per stabilire quando un anziano non ha più le funzioni cognitive adatte alla guida.

Ogni cervello ha la sua storia personale: mi capita di vedere ottantenni con prestazioni intellettive superiori a quelle di persone di 65 anni. Ed entrambi continuano a guidare.

Sarei d'accordo se invece venisse una legge che, ricalcando le linee guida dell'American Academy, obbligasse a effettuare dopo gli ottant'anni test neuropsicologici atti a valutare un eventuale decadimento cognitivo".

Oltre alle linee guida, dallo studio dei neurologi americani sono emersi anche altri aspetti di cui è opportuno tener conto: le dichiarazioni di mogli, figli, sorelle sono risultate assai attendibili.

Se riferiscono al medico che il soggetto guida male è quasi sempre vero.

Al contrario l'autovalutazione che i vecchi guidatori fanno della loro guida è spesso inattendibile.

Per smascherarli sono stati elaborate due batterie di 10 domande, una per l'aspirante pilota (ad esempio: in quanti incidenti sei rimasto coinvolto negli ultimi 3 anni?) e una per i familiari (negli ultimi 3 anni quante volte è stato fermato dai vigili o ha preso la multa?).Corriere Salute 4 luglio 2010