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Le giornate per assistere figli disabili e per donatori di sangue valgono ai fini pensionistici

Grazie alla disposizione inserita all’ultimo momento nella legge 125 del 30 ottobre 2013 (di conversione del decreto 101 sulla razionalizzazione delle Pubbliche Amministrazioni), migliaia di lavoratori non sono più costretti ad allungare la permanenza sul posto di lavoro tanto quanto le giornate impegnate per donare il sangue (periodi anche superiori a cinque mesi nell’arco della vita lavorativa) o per assistere un famigliare disabile. Né dovranno più rassegnarsi ad una riduzione della pensione.

Il tutto trae origine dalla riforma Monti-Fornero che prevede una riduzione della quota di pensione calcolata con il sistema “retributivo” (1% in meno per ogni anno e del 2% dal terzo anno in poi) per chi chiede il trattamento di anzianità prima di aver compiuto il 62° anno di età.

In via del tutto eccezionale, la stessa norma esclude la penalizzazione per chi va in pensione entro il 2017, a condizione però che la propria anzianità contributiva derivi esclusivamente da prestazione effettiva di lavoro, includendovi solo i periodi accreditati figurativamente per servizio militare, per infortunio/malattia e per cassa integrazione ordinaria (sono esclusi i riscatti, i versamenti volontari, i periodi disoccupazione, di mobilità e cassa integrazione straordinaria).

Ai periodi utili si sono ora aggiunte le assenze (riconosciute figurativamente) dovute a donazione sangue ed ai congedi per assistenza a famigliari disabili.

In sostanza, per evitare la riduzione dell’assegno Inps, d’ora in poi non c’è più bisogno di allungare di qualche mese il rapporto di lavoro lavorare per recuperare i vuoti utilizzati per donare il sangue o per assistere il proprio figlio inabile.