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PREVIDENZA E PENSIONI

La riforma previdenziale è stata denominata:

LEGGE 23 agosto 2004, n.243 (clicca per leggere il testo integrale)
Gazzetta Ufficiale n.222 del 21 settembre 2004. Entra in vigore il 6 ottobre 2004.
"Norme in materia pensionistica e deleghe al Governo nel settore della previdenza pubblica, per il sostegno alla previdenza complementare e all'occupazione stabile e per il riordino degli enti di previdenza ed assistenza obbligatoria"
 
****Aggiornamento normativa introdotta con il D.L. 78/2010 ( specchietto riepilogativo e commento in fondo a questa pagina
 
Istituzione Fondi Pensione nel Pubblico Impiego ( clicca qui  )

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Cronistoria  delle modifiche  successive alla riforma previdenziale del pubblico impiego

>>>>"Italia Oggi" 31 agosto 2009 -  Sulla carriera riemerge il dislivello tre uomo e donna

 
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  • Anche per i Pensionati INPDAP il beneficio del "bonus" famiglia

 

L’Inpdap  per  i propri pensionati, con circolare del 16/12/2008  (vedi documentazione), ha esposto gli attuali criteri di concessione del bonus e ha fornito  le istruzioni  per la presentazione del modello di richiesta.

Per ottenere il bonus erogato dall’Inpdap  i beneficiari richiedenti devono essere pensionati residenti in Italia che ricevono un trattamento di pensione dall’Istituto. Qualora siano titolari di più trattamenti pensionistici, erogati da differenti istituti previdenziali, hanno la facoltà  di scegliere l’Ente pensionistico cui presentare la richiesta di bonus. Il bonus può infatti essere percepito una sola volta.

 

 

 

 Quesito:

I dipendenti degli enti locali (Comuni, Province e Regioni) della Stato, delle Asl e i dipendenti degli enti pubblici non economici come Inps, Inali e così via possono usufruire del bonus?

Per il momento, i dipendenti statali e pubblici non possono usufruire del bonus per il posticipo della pensione di anzianità. La legge delega per la riforma delle pensioni (legge 423/04 articolo 1, comma 2, lettera p) lascia però aperta una porta per l’estensione del beneficio, attraverso un preventivo confronto con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative dei datori e dei prestatori di lavoro, con le Regioni, gli enti locali e le autonomie funzionali.

Il motivo di questo trattamento differenziato è semplice: occorre, per il pubblico impiego, considerare le specificità dei singoli settori e dell’interesse pubblico connesso all’organizzazione del lavoro e dell’esigenza di efficienza e di efficacia dell’apparato pubblico. L’estensione del superbonus dovrebbe formare oggetto di uno dei decreti legislativi che devono essere emanati dal Governo entro 12 mesi a partire dal 6 ottobre 2004, data di entrata in vigore delle legge delega.

 

Leggi la circolare di Ministero Funzione Pubblica

 

http://www.funzionepubblica.it/docs_pdf/Circolare_5.04.pdf

 

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Sentenza:Benefici contrattuali su pensione: spettano solo quelli maturati in servizio
21/01/2005 - Autore: www.laprevidenza.it 

.. il ricorso e' infondato nel merito, atteso che per costante orientamento giurisprudenziale non possono essere riconosciuti a fini pensionistici tutti i miglioramenti economici previsti da un contratto collettivo, ma soltanto quelli maturati all'atto del collocamento a riposo e nell'entita' effet-tivamente corrisposta (Corte dei conti Sezione III Giurisdi-zionale Centrale d'appello n.13 del 21 gennaio 2004 ed in tal senso anche Sezione Giurisdizionale Regionale per il Veneto n.834 del 2001).
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VIA LIBERA AL NUOVO MODELLO PREVIDENZIALE
(Panorama 28/7/2004)
 
Nonostante l'ostruzionismo delle opposizioni, il provvedimento è stato approvato con 288 sì, 119 no. Che cosa cambia per i lavoratori con l'approvazione della riforma previdenziale su cui il governo aveva posto la fiducia


È legge il disegno di delega sulla riforma del sistema previdenziale italiano, i voti favorevoli sono stati 288 mentre 119 deputati hanno votato contro il provvedimento. L'Aula della Camera ha dato così il suo via libera in terza lettura alla riforma già approvata lo scorso 13 maggio dal Senato. Il Governo ha fatto ricorso per l'ennesima volta al voto di fiducia, un voto che ha occupato i parlamentari per ben sei ore, il tempo del duro ostruzionismo che le opposizioni hanno messo in atto. Ostruzionismo duro, ma anche "fantasioso" con il regolamento di Montecitorio declinato in tutte le sue possibili accezioni per ottenere anche quei tre minuti in più fondamentali a far innervosire la maggioranza, ma soprattutto a procrastinare i tempi del voto non solo sulle pensioni, ma soprattutto sulle riforme e il Dpef, provvedimenti che la Cdl è "costretta" ad approvare entro la pausa estiva dei lavori per evitare pesanti ripercussioni sui propri equilibri interni.

In Aula, le opposizioni hanno messo in atto tutti gli artifici consentiti dal regolamento, per allungare i tempi della discussione. Santino Loddo della Margherita, ad esempio, ha fatto gli auguri al presidente Casini per la nascita della figlia Caterina. Ma, anche dopo che il governo ha incassato la fiducia, le opposizioni non hanno gettato la spugna, ma hanno messo in campo circa duecento ordini del giorno sul provvedimento e le successive dichiarazioni di voto.

OSTRUZIONISMO TENACE
Le interruzioni ai lavori sono continue, ogni passaggio è accompagnato da battibecchi, richiami al regolamento, critiche sui ritardi e sulle sospensioni, citazioni ironiche di grandi filosofi. Al momento delle dichiarazioni di voto parlano tutti gruppi dell'opposizione (con Ds, Sdi e Margherita che per una volta "derogano" dalla recente decisione di far parlare in dichiarazione di voto un unico deputato per tutti e tre i gruppi della lista unitaria) e per tutto il tempo possibile. Per avere la possibilità di intervenire in dichiarazione di voto sulla fiducia (cosa di solito non prevista), tutti i deputati delle opposizioni prendono la parola "in dissenso" con la dichiarazione fatta da chi ha parlato per il rispettivo gruppo. Nella maggior parte dei casi la dichiarazione è standard: «Prendo la parola per manifestare il mio dissenso rispetto al mio gruppo: io non voterò "no", ma non parteciperò proprio al voto in dissenso con l'ennesima mortificazione che questa maggioranza fa del Parlamento».

APPLAUSI PROLUNGATI
Ogni intervento è sottolineato da un lungo applauso per impedire al presidente di dare, agevolmente e in tempi rapidi, la parola a chi deve intervenire successivamente. Per guadagnare altro tempo, le opposizioni non rispondono alle prime due chiamate, aspettano che sia la sola maggioranza ad assicurare il numero legale. Una volta raggiunto il quorum i deputati del centrosinistra rispondono all'appello, cosa che avviene alla terza chiama.
Vince la gara della forma di ostruzionismo più originale, però, un deputato che guadagna qualche secondo con un escamotage: «Mi scusi, presidente, non mi funziona il microfono...».

LE RAGIONI DELL'OPPOSIZIONE
Al giudizio negativo sul testo, l'opposizione aggiunge un'altra ragione di protesta: il tentativo di dissuadere l'esecutivo di incardinare alla Camera prima della pausa estiva il provvedimento sulle riforme istituzionali, acconsentendo alla categorica richiesta in questo senso della Lega. Il progetto del centrosinistra è chiaro: se le riforme non andranno a settembre l'ostruzionismo attuato sulle pensioni si ripeterà su ogni provvedimento in Aula, dalla sospensione anticipata del servizio di leva ai decreti sull'energia e sul prestito ponte all'Alitalia al Dpef che sarà varato domani dal Consiglio dei ministri, così da far slittare la chiusura di Montecitorio ben oltre la fine di luglio.

SODDISFAZIONE DEL GOVERNO
Il governo manifesta soddisfazione sia per aver incassato la fiducia sia perchè sta per portare a casa la riforma delle pensioni, uno dei punti cardine del suo programma. «È un voto molto ampio - dice il ministro del Welfare Roberto Maroni, che oggi non ha mai lasciato l'emiciclo di Montecitorio - che conferma la bontà della riforma e la condivisione da parte di tutta la maggioranza, senza esclusioni, del testo. Ora comincia il lavoro impegnativo di attuazione della delega» al quale l'esecutivo inviterà a partecipare le parti sociali.
Dalla Lega, il partito di Maroni, arriva la conferma della fiducia, ma anche un ammonimento al governo sulle riforme. «La Lega - dice Dario Galli - conferma la fiducia al governo Berlusconi, ma pretendiamo che i patti vengano rispettati da tutti». «Siamo stati - sottolinea - sempre chiari, non abbiamo mai fatto rischiare la crisi al Paese e non abbiamo mai fatto prove tecniche del dopo-Berlusconi. Oggi apriamo una nuova linea di credito: il sacrificio che chiediamo ai cittadini non deve rimanere inutile».
D'altra parte, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi difende la scelta di porre la fiducia sul provvedimento, "obbligata" per non "perdere tempo con l'ostruzionismo"; una fiducia che, secondo il vicepremier Gianfranco Fini, non sarebbe stata nè un blitz nè un colpo di mano.

DILIBERTO: «PESSIMA CONTRORIFORMA»
Di parere opposto, Oliviero Diliberto del Pdci parla di una «pessima controriforma, che espone i giovani di un'intera generazione al rischio di massacro sociale. Perchè i giovani di oggi non hanno la garanzia di una pensione quando saranno anziani». Diliberto attacca duramente la Casa delle libertà: «Non avete una maggioranza nel paese e questo è stato certificato dalle ultime elezioni amministrative ed Europee». Per il segretario dei Comunisti Italiani però, il centrodestra non avrebbe più nemmeno la maggioranza in Parlamento, visto che senza voti di fiducia ogni giorno viene battuto. Emilio Del Bono della Margherita ed Elena Emma Cordoni dei Ds criticano la decisione, giudicandola grave ed immotivata, del governo di apporre la fiducia. Per Rifondazione comunista parla Alfonso Gianni: «Questa è la tredicesima volta - ironizza - che negheremo la fiducia a questo governo e speriamo che questo numero gli porti sfortuna...»

Per il momento Berlusconi sfoggia ottimismo (al quale invita anche le parti sociali) in attesa del varo del Dpef: ma certo il suo ridurre il problema della politica economica alle spigolosità caratteriali di Tremonti non è fatto per rasserenare il clima. Come avverte il centrosinistra con Rutelli e Fassino, infatti, il cattivo andamento dei conti pubblici potrebbe aprire in autunno una resa dei conti interna alla Cdl.
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Accordo del 20 luglio 2007 (da Ansa-Simona Tagliacozzo)

 

Aumento graduale dell'età di pensionamento di anzianità attraverso un mix di scalini e quote dal 2008, nuovi coefficienti a partire dal 2010 e esclusione dall'inasprimento delle regole dei lavoratori impegnati in attività usuranti: è quanto prevede l'accordo tra Governo e sindacati raggiunto questa mattina per la riforma del sistema previdenziale e la modifica dello scalone.

Ecco in sintesi cosa prevede la riforma:

 


- 58 ANNI DAL 2008: nel 2008 si potrà andare in pensione a 58 anni di età e con 35 di contributi (inferiore quindi ai 60 previsti dallo scalone Maroni).

- QUOTA 95 DAL LUGLIO 2009 CON ALMENO 59 ANNI ETA', 61 dal 2013: dal luglio 2009 si potrà andare in pensione con una somma tra età anagrafica e anni di contributi pari a 95 ma con almeno 59 anni di età. Dal primo gennaio 2011 la quota passa a 96 (con almeno 60 anni di età) mentre dal primo gennaio 2013 la quota diventa 97 (con almeno 61 anni di età). Prima dell'ultima quota andrà fatta una verifica sui risparmi: se fossero significativi la quota 97 potrebbe essere esclusa.

- AUTONOMI SI LAVORA UN ANNO IN PIU': l'età necessaria alla pensione di anzianità è per i lavoratori autonomi sempre un anno superiore a quella dei lavoratori dipendenti.

- ESCLUSI DA AUMENTO ETA' 1,4 MILIONI DI LAVORATORI IMPEGNATI IN ATTIVITA' USURANTI: Saranno esclusi dall'aumento dell'età i lavoratori impegnati nelle attività usuranti previste dalle norme del 99 (come quelli che lavorano nelle miniere e nelle cave) ma anche quelli impegnati su tre turni e quelli con attività "vincolate" (come la catena di montaggio). Il Governo calcola che si tratti di 1,4 milioni di lavoratori complessivi pari a circa 5.000 uscite l'anno.

- CON QUARANTA ANNI CONTRIBUTI SI ESCE CON QUATTRO FINESTRE: chi ha maturato 40 anni di contributi non subirà la riduzione da quattro a due finestre, prevista dalla legge Maroni, ma potrà continuare a uscire dal lavoro con quattro finestre l'anno (gennaio, aprile, luglio e ottobre, invece che solamente gennaio e luglio).

- ETA' VECCHIAIA DONNE RESTA A 60 ANNI: l'età di pensionamento di vecchiaia delle donne resta a 60 anni, anche se una Commissione potrà valutare la possibilità di prevedere alcune finestre per l'uscita verso la vecchiaia.

- NUOVI COEFFICIENTI PARTONO DA 2010: Si partirà dai coefficienti così come modificati dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale (e ancora non applicati), ovvero dalla revisione al ribasso del 6-8%. Questa cifra sarà discussa da una Commissione e potrà essere modificata prendendo una decisione entro il 2008. Comunque l'applicazione dei nuovi coefficienti partirà nel 2010. Da quel punto in poi sarà triennale e automatica.

- COSTO RIFORMA: 10 MILIARDI IN 10 ANNI: Il costo previsto della riforma è di 10 miliardi in dieci anni e le risorse saranno trovate all'interno del sistema previdenziale.

Il testo dell'accordo clicca qui
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LA RIFORMA IN BREVE

"FINESTRE" PENSIONI D'ANZIANITÀ
Le "uscite" previste dalla riforma Dini, fissate a gennaio, aprile, luglio e ottobre, vengono ridotte a due (gennaio e luglio). Come effetto,si allungano i tempi per la pensione fino ad un anno per idipendenti pubblici e fino ad un anno e mezzo per quelliautonomi. Per chi ha raggiunto o superato i 40 anni dicontributi, la decorrenza per la pensione verrà stabilitaattraverso l'emanazione di decreti delegati. Le nuove regole nonvarranno invece per chi ha già chiesto la "certificazione" deidiritti acquisiti e ha continuato a lavorare.

PENSIONI D'ORO
Viene elevato al 4% il contributo di solidarietà a loro carico. Viene esteso inoltre dal 2007 al2015.

MILITARI E FORZE DI POLIZIA
Per loro varranno le regole attuali.

LAVORATORI IN MOBILITÀ
Per quei lavoratori che al primo marzo scorso erano in mobilità (circa 10 mila), non varranno lenuove regole per l'accesso alla pensione d'anzianità.

VERSAMENTO VOLONTARIO CONTRIBUTI
I lavoratori che versano in maniera volontaria i contributi e sono stati già autorizzatidall'Inps a farlo alla data del primo marzo scorso, andranno in pensione con le vecchie regole.

CERTIFICAZIONE
Chi entro il 31 dicembre 2007 avrà raggiunto i requisiti per la pensione d'anzianità, potràchiedere all'ente previdenziale di appartenenza un certificatoche attesta i diritti acquisiti. Pertanto, potrà andare inpensione in qualsiasi momento, indipendentemente da ognimodifica introdotta successivamente alla certificazione.

RISPARMI DI SPESA
La delega consente un risparmio di spesa pari allo 0,7% del Pil.

PIÙ PENALIZZATI I 53-54ENNI
I più danneggiati dalla riforma previdenziale saranno i lavoratori dipendenti e quelli autonomi che oggi hanno rispettivamente 53 e 54 anni. Nel 2008, l'anno dello spartiacque tra la legge Dini e l'entrata in vigore delle nuove norme, avrebbero potuto andare in pensione d'anzianità secondo le regole attuali, mentre saranno costretti a prolungare l'attività lavorativa.

Il rischio per una generazione di lavoratori è di restare al lavoro quasi cinque anni in più dei loro colleghi più anziani per effetto dell'aumento dell'età anagrafica per la pensione di anzianità e la chiusura delle finestre per l'uscita. Le donne, anche dopo il 2008, potranno continuare ad andare in pensione d'anzianità a 57 anni con 35 anni di contributi ma, in questo caso, il calcolo della loro pensione sarà fatto interamente con il metodo contributivo. Il risultato sarà un taglio in media del 20% del trattamento. Facile immaginare, considerando l'entità della riduzione, la decisione di prolungare l'attività lavorativa di altri tre anni per andare in pensione di vecchiaia.

Da una simulazione sulla base delle norme attuali e di quelle contenute nella riforma risulta, come detto, che i più penalizzati sono i dipendenti di 53 anni e gli autonomi di 54 con circa 31 anni di contributi.

LAVORATORE DIPENDENTE NATO IL 10 GENNAIO 1951 CON 31 ANNI DI CONTRIBUTI
Ha 53 anni di età e lavora continuativamente da quando ne aveva 23. Con le regole attuali avrebbe raggiunto i requisiti per la pensione (57 anni e 35 di contributi) il 10 gennaio 2008 e sarebbe uscito con la finestra del luglio 2008. A causa delle nuove regole dovrà aspettare il primo gennaio 2013 (a quasi 62 anni e quasi 40 di contributi) perchè nel 2011, quando avrà 60 anni, sarà scattata quota 61. Il 10 gennaio 2012 quando avrà 61 anni dovrà aspettare per uscire la finestra di gennaio dell'anno successivo.


LAVORATORE AUTONOMO NATO IL 5 FEBBRAIO 1950 CON 32 ANNI DI CONTRIBUTI Con le regole attuali avrebbe ottenuto i requisiti il 5 febbraio del 2008 (almeno 58 anni di età e 35 di contributi) e sarebbe uscito a ottobre dello stesso anno. Dovrà invece aspettare il primo luglio 2013 (con quasi cinque anni di ritardo). Nel 2011 infatti quando avrà 61 anni sarà scattata quota 62. Quando avrà 62 anni (il 5 febbraio 2012) dovrà aspettare la finestra di luglio dell'anno successivo.


LAVORATRICE DIPENDENTE NATA IL 15 GENNAIO 1951 CON 33 ANNI DI CONTRIBUTI
Una donna di 53 anni che abbia cominciato a lavorare a 20 anni sarebbe andata in pensione nel 2008, con la finestra di luglio. Con le nuove regole dovrà aspettare i 60 anni (a gennaio del 2011) per la pensione di vecchiaia. Nello stesso anno raggiungerà i 40 anni di contributi ma le converrà uscire con il trattamento di vecchiaia perchè non sarà costretta ad aspettare l'apertura delle finestre. Il ritardo per il pensionamento sarà circa di due anni e mezzo. La stessa lavoratrice potrebbe anche decidere di lasciare il lavoro dopo il 2008 pur non avendo compiuto 60 anni ma, in questo caso, la penalizzazione non sarà di poco conto: si vedrà tagliato l'assegno del 20% il media.


LAVORATORE DIPENDENTE NATO IL 13 FEBBRAIO 1952 CON 34 ANNI DI CONTRIBUTI
Con le regole attuali, avendo nel 2008 solo 56 anni avrebbe comunque dovuto aspettare il 2009 per uscire (con la finestra di luglio). A questo punto dovrà aspettare il 2010 per avere i requisiti contributivi (40 anni) ma l'inizio del 2011 (a 59 anni) per uscire per la pensione di vecchiaia.


LAVORATORE DIPENDENTE NATO IL 4 MARZO DEL 1949 CON 32 ANNI DI CONTRIBUTI
Il lavoratore avrà 57 anni il 4 marzo del 2006 ma dovrà aspettare di avere almeno 35 anni di contributi (nel 2007). Andrà in pensione con le regole attuali, con la finestra del luglio 2007 (raggiunti i requisiti entro 31 marzo 2007).
(Ansa)

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Prima come si andava in pensione?

dal sito

www.jobpilot.it

 

  (aprile 2004)

La riforma pensionistica degli anni Novanta

Dalla sua istituzione la pensione si calcolava con il sistema retributivo, era cioè ragguagliata alla media delle retribuzioni lorde, assoggettate a contribuzione, del singolo lavoratore negli ultimi 5 anni.

Poi con la riforma Amato del 1992, con la riforma Dini del 1995 e con la legge finanziaria del 1998 è stato completamente ridefinito il regime di accesso alla pensione, sono state introdotte varie innovazioni per modernizzarne le regole ed adeguarle ai livelli europei. A decorrere dal 1° gennaio 1996, il nuovo sistema pensionistico si fonda sulla previdenza obbligatoria e su quella volontaria ed integrativa.

La previdenza obbligatoria assicura una rendita pensionistica che non è più rapportata alle ultime retribuzioni, ma è rapportata all'insieme dei contributi versati o accreditati per tutta la vita lavorativa.

La previdenza integrativa, che è volontaria, permette al lavoratore, che decide di aderirvi, di mantenere il livello economico raggiunto nell'ultimo periodo di lavoro. Inoltre, secondo tale riforma, il lavoratore dovrà percepire solamente il trattamento di previdenza obbligatoria collegato all'età (pensione di vecchiaia), in luogo delle pensioni di vecchiaia, di vecchiaia anticipata e di anzianità, rimaste in vigore, in via transitoria, per i soli lavoratori in possesso di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995. Il calcolo della pensione avviene con il sistema contributivo, che si basa sull'accantonamento dei contributi annui, rivalutati in base all'andamento del PIL e si applica ai lavoratori dipendenti nuovi assunti dal 1° gennaio 1996, senza precedente contribuzione o a chi ha optato per il sistema contributivo, se in possesso di 15 anni di contributi, di cui almeno 5 versati col nuovo sistema e di un'anzianità contributiva, al 31 dicembre 1995, inferiore ai 18 anni.

Il vecchio sistema retributivo è rimasto in vigore per i soli soggetti che al 31 dicembre 1995 possedevano almeno 18 anni di contributi, mentre per quelli che potevano far valere meno di 18 anni di contributi la pensione viene calcolata con il sistema "pro rata" (il sistema retributivo per le anzianità maturate fino al 31 dicembre 1995 e quello contributivo per le anzianità maturate a partire dal 1° gennaio 1996).


La pensione di vecchiaia

La pensione di vecchiaia si ottiene quando per i lavoratori dipendenti si verificano, contemporaneamente, le seguenti tre condizioni: raggiungimento dell'età pensionabile, maturazione del requisiti contributivi e cessazione del rapporto di lavoro. Secondo quanto previsto dall'art. 11 della Legge n. 724/94, per accedere alla pensione di vecchiaia, i lavoratori dipendenti debbono aver compiuto i 60 anni se donne e i 65 anni se uomini.

Norme specifiche prevedono riduzioni di età per gli addetti ad attività usuranti (Decreto legislativo n. 374/93, art. 1, commi 36 e 37, Legge n. 335/55), per gli invalidi con un grado di invalidità pari o superiore all'80% (art. 1, comma 8, Decreto legislativo n. 503/93), per i lavoratori non vedenti (art. 6 Legge n. 482/68, art. 1 Decreto legislativo n. 503/92) e per i lavoratori collocati in prepensionamento per la crisi dell'azienda da cui dipendono. Secondo quanto previsto dall'art. 2 del Decreto legislativo n. 503/92, per accedere alla pensione di vecchiaia, inoltre, ai lavoratori dipendenti debbono risultare versati o accreditati almeno 20 anni di contribuzione, corrispondenti a 1040 contributi settimanali (lavoro, riscatto, ricongiunzione, contributi figurativi e volontari).

Secondo quanto previsto dall'art. 1, comma 7, del Decreto legislativo n. 503/92, per accedere alla pensione di vecchiaia, infine, i lavoratori dipendenti debbono aver cessato il rapporto di lavoro subordinato.

La pensione di vecchiaia decorre al primo giorno del mese successivo al compimento dell'età pensionabile oppure dal primo giorno del mese successivo a quello in cui sono raggiunti i requisiti contributivi (art. 6 Legge n. 155/81).
Giovanni Scotti
Consulente / Giornalista
scottigio@tin.it

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    Un pò di storia

    I compiti dell'Inps

    L'Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS), il più grande ente previdenziale italiano, assicura i lavoratori dipendenti del settore privato, alcuni lavoratori del settore pubblico e la maggior parte dei lavoratori autonomi. L'attività principale dell'Inps consiste nella liquidazione e nel pagamento delle pensioni di natura previdenziale (pensione di vecchiaia, pensione di anzianità, pensione ai superstiti, assegno di invalidità, pensione di inabilità, pensione in convenzione internazionale per il lavoro svolto all'estero) e di natura assistenziale (integrazione delle pensioni al trattamento minimo, assegno sociale, invalidità civili). L'Inps non si occupa, però, solo di pensioni: provvede, infatti, al pagamento delle prestazioni a sostegno del reddito (disoccupazione, malattia, maternità, cassa integrazione, trattamento di fine rapporto) e di quelle che agevolano coloro che hanno redditi modesti e famiglie numerose (assegno per il nucleo familiare, assegni di sostegno per la maternità e per i nuclei familiari concessi dai comuni). Per poter erogare le varie prestazioni l'Inps riceve i contributi obbligatori, che vengono calcolati, anche per la quota a carico del lavoratore, in misura percentuale sulla retribuzione.


    La storia della previdenza in Italia

    Volendo fare un po' di storia, ricordiamo che nel 1898 fu fondata la Cassa nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai: un'assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch'esso libero degli imprenditori.
    Successivamente, nel 1933 la CNAS assunse la denominazione di Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e gestione autonoma.
    Nel periodo 1939-1941, furono istituite le assicurazioni contro la disoccupazione, la tubercolosi e per gli assegni familiari ed introdotte anche le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto.
    Nel 1952 viene introdotta la legge di riordino della materia previdenziale e nasce il trattamento minimo di pensione.
    Nel periodo 1968-1969, si realizza la pensione retributiva, calcolata sulle ultime retribuzioni. Poi nasce anche la pensione sociale: viene riconosciuta una pensione che soddisfi i primi bisogni vitali ai cittadini bisognosi che hanno compiuto 65 anni di età.

     

    Giovanni Scotti
    Consulente / Giornalista
    scottigio@tin.it

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  • Da lunedì 1 dicembre 2003 1.000 euro per ogni secondo figlio
    Campagna di comunicazione: 1000 euro dal secondo figlio
    L'assegno pari ad euro 1.000, di cui all' articolo 21 del decreto legge 30 settembre 2003, n. 269
    convertito in legge ( l. 24 novembre 2003 n. 326, pubblicata sulla G.U. n.274 del 25.11.2003 - S.O. n. 181), è concesso per ogni figlio nato dal 1° dicembre 2003 al 31 dicembre 2004, che sia secondo od ulteriore per ordine di nascita.
    Lo stesso assegno è concesso per ogni figlio adottato nel medesimo periodo.
    In caso di parto gemellare o plurigemellare, l'assegno è concesso per ogni figlio secondo od ulteriore.
    Ai fini dell'ottenimento dell'assegno la madre del bambino deve:
    • essere cittadina italiana o comunitaria;
    • essere residente in Italia al momento del parto del bambino ovvero al momento dell'adozione.
    Il Comune di residenza della madre, all'atto dell'iscrizione anagrafica del nuovo nato o adottato, provvede a verificare il possesso dei suddetti requisiti e a trasmettere le necessarie informazioni all'INPS ai fini dell'erogazione dell'assegno.

    per maggiori informazioni contatta il Numero Verde 800 196 196
     
     
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    Notizie da www.inps.it  (15/4/2003)

    A partire da giugno 2003, l’Inps invierà a casa dei suoi assicurati l’estratto conto, un documento che riassume la loro situazione assicurativa e contributiva e che consente di definire la loro posizione pensionistica nei diversi sistemi di calcolo.
    L’emissione dell’estratto conto assicurativo interesserà una popolazione di circa 25 milioni di persone: 19 milioni di assicurati, le cui posizioni risultano attive presso le gestioni Inps e 6 milioni di assicurati che, pur avendo una posizione assicurativa presso l’Inps, hanno interrotto i versamenti contributivi (tra questi sono compresi coloro che hanno in corso pratiche di ricongiunzione presso altri enti previdenziali).
    Gli assicurati riceveranno un plico contenente una lettera personalizzata (in cui sono illustrate l’iniziativa e le sue finalità), l’estratto conto previdenziale (Mod. Eco1), la domanda di variazione dell’estratto conto (da utilizzare per la segnalazione di eventuali correzioni o aggiornamenti) e una guida all’uso dell’estratto conto.
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    L'allungamento della vita sposta in avanti l'età per la pensione

    Nel prossimo futuro si saprà con certezza quando si comincia a lavorare ma non quando (età) si potrà smettere. A meno che non si raggiungano i fatidici 40 anni di contributi che, per ora, restano un requisito scampato alla tagliola della riforma (oggi l'età media di accesso al lavoro è 25 anni: 25 + 40 = 65 anni). Il pensionamento, infatti, dipenderà dalla probabilità di vita e di morte: si chiama «speranza di vita» e misura, statisticamente (quindi con la sola certezza dei numeri e della numerosità degli italiani), la probabilità che un uomo o una donna di 65 anni ha di campare ancora. Se la probabilità cresce (se cioè aumentano gli anni attesi di vita), ecco che anche l'età di pensionamento si allontana di pari misura.

    L'aspetto originale di questa riforma è che presenta effetti ripetitivi nel tempo. Ogni tre anni, infatti, si procederà alla verifica della variazione che c'è stata nella speranza di vita calcolata dall'Istat (un po' come succede con il calcolo dell'inflazione per l'adeguamento del tfr) e, conseguentemente e automaticamente, seguirà l'aggiornamento dei requisiti di pensionamento. Questo adeguamento è stato previsto dalla manovra dell'anno scorso (dl n. 78/2009) che rimetteva ad uno specifico decreto l'emanazione della normativa di attuazione. A tanto provvedere il maxi-emendamento alla manovra di quest'anno (dl n. 78/2010), conservando il punto di partenza originario: 1° gennaio 2015, come previsto dal dl n. 78/2009.

    Restano i 40 anni di contributi. L'adeguamento dei requisiti di pensione verrà fatto in relazione alla speranza di vita che gli italiani vantano all'età di 65 anni, calcolata dall'Istat. Quando dovesse risultare che gli italiani vivono di più bisognerà anche lavorare di più prima di andare in pensione. Un «di più» pari all'aumento della speranza di vita. Al primo aggiornamento, il 1° gennaio 2015, la maggiorazione dei requisiti non potrà superare i 3 mesi e, se dovesse risultare una diminuzione della speranza di vita, non verrà fatto alcun aggiornamento.

    L'adeguamento interesserà tutti i requisiti di età per la pensione: vecchiaia, anzianità, settore privato e pubblico impiego. Non riguarderà invece anche il requisito unico di anzianità contributiva di 40 anni che consente di andare in pensione a prescindere dall'età. Riguarderà pure le «quote», che dal 2013 sono fissate a 97 (con età minima a 61 anni) per i lavoratori dipendenti e a 98 (con età minima a 62 anni) per i lavoratori autonomi. A tal fine, a partire dall'anno 2013, l'Istat renderà ogni anno disponibile entro il 30 giugno dello stesso anno, il dato relativo alla variazione della speranza di vita nel triennio precedente (il primo triennio, dunque, sarà 2010/2012). Quando tale variazione è espressa in decimali, per determinare il risultato in mesi (l'aumento del requisito per la pensione) andrà moltiplicato questo decimale per 12 e il risultato arrotondato all'unità.

    L'adeguamento non opererà nei confronti dei lavoratori per i quali viene meno il titolo abilitante allo svolgimento della specifica attività lavorativa per il raggiungimento del limite di età. Infine, lo slittamento in avanti dei 65 anni di età per il pensionamento produrrà lo stesso effetto anche sulle età di riferimento ai fini dell'applicazione del coefficiente di trasformazione (per le pensioni contributive).

    Variazioni triennali e non quinquennale. L'adeguamento dei requisiti di pensione alla speranza di vita verrà fatto a cadenza triennale, salvo i primi due. Ci sono due novità rispetto al dl n. 78/09). La prima: la determinazione della speranza di vita è affidata esclusivamente all'Istat, senza più la validazione da parte dell'Eurostat. La seconda: il calcolo della speranza di vita (e quindi anche l'aggiornamento dei requisiti di pensione) verrà fatto con riferimento al triennio, e non quinquennio, precedente. Il primo aggiornamento avverrà nel 2015; il secondo, in deroga alla periodicità triennale, avverrà dal 1° gennaio 2019 (quindi dopo quattro anni). Da tale data seguirà poi la cadenza triennale (2019, 2022, 2025, e via dicendo).

    La finestra è mobile. A partire dal 1° gennaio 2011 (per chi dovrà andare in pensione da tale data), scatterà una diversa decorrenza delle pensioni. In luogo delle attuali «finestre» rigide, diventerà operativa una cosiddetta «finestra mobile» o «a scorrimento», che prevede la decorrenza del pensionamento di anzianità e di vecchiaia, non ad epoche prestabilite (trimestre, semestre, ecc.), ma a distanze certe: dopo 12 mesi nel caso dei lavoratori dipendenti e dopo 18 mesi nel caso dei lavoratori autonomi. In particolare, le pensioni decorreranno dal primo giorno del mese successivo alla scadenza dei predetti termini. Un esempio. I requisiti di pensionamento vengono perfezionati entro il mese di maggio? La pensione decorrerà dal 1° giugno dell'anno successivo (lavoratore dipendente) o dal 1° novembre dell'anno successivo (lavoratore autonomo). Altro esempio. Al lavoratore dipendente che raggiunga «quota 96», con 36 anni di contribuzione e 60 anni di età, il 30 giugno 2011, la pensione decorrerà dal 1° luglio 2012. Cosa è cambiato? Che dovrà lavorare 6 mesi in più. Con le regole oggi vigenti, egli avrebbe avuto la liquidazione del primo assegno di pensione dal 1° gennaio 2012. Ancora un altro esempio. La lavoratrice dipendente che compie 60 anni il 23 marzo 2011, avendo maturato 21 anni di contributi, percepirà la sua prima pensione dal 1° aprile 2012. Con le regole di oggi avrebbe potuto incassare il primo assegno di pensione dal 1° luglio 2011 (dovrà lavorare 10 mesi in più). 

    fonte: IO Sette 19/7/2010- Riproduzione riservata- Si ringrazia l'Editore per la gentile concessione

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    E l'assegno diventa sempre più leggero

    PRIMO PIANO
    Di Viviana Dabusti*

    *(responsabile area previdenza e soluzioni applicative di Irsa Membro ufficio stampa ordine attuari)

    Pensioni più lontane nel tempo. Ma anche sempre più leggere. Alle disposizioni introdotte dalla manovra correttiva sulle finestre mobili e l'adeguamento dell'età pensionabile alla speranza di vita, si devono infatti sommare le altre azioni di ristrutturazione alle quali il sistema pensionistico italiano (sia nella parte obbligatoria che in quella complementare) è stato sottoposto negli ultimi due decenni per garantire la sostenibilità della spesa previdenziale. Tra queste, la revisione periodica dei coefficienti di trasformazione. E così, il giovane dipendente trentenne che con un reddito da 50 mila euro potrebbe contare, applicando le regole attuali, su una pensione di 29.500 euro (il 59% della sua retribuzione), in prospettiva vedrà il suo assegno ridursi del 15% (per la prevista modifica dei criteri di calcolo delle pensioni). Peggio ancora andrà al coetaneo collaboratore a progetto, che a parità di reddito oggi otterrebbe 23.500 euro di pensione che con le future regole diventeranno 20.000 euro.

    Tutti gli ultimi cambiamenti avranno infatti notevole impatto soprattutto per le nuove generazioni che vedranno calcolata la propria prestazione pensionistica con il sistema di calcolo contributivo: questo sistema differisce notevolmente dal sistema retributivo; la prestazione pensionistica non è legata alla retribuzione/reddito ma è vincolata alla contribuzione accreditata a favore del lavoratore nell'arco dell'intera sua vita lavorativa. L'importo della pensione annua calcolata con i criteri del sistema contributivo si ottiene moltiplicando il montante contributivo individuale (determinato considerando i contributi di ogni anno calcolati come percentuale della retribuzione annua - per i lavoratori dipendenti tale percentuale è pari al 33% - capitalizzati annualmente alla media quinquennale del pil nominale) per il coefficiente di trasformazione relativo all'età del dipendente alla data di decorrenza della pensione.

    Per meglio capire questa situazione si possono analizzare alcuni scenari che ci permetteranno di raffigurare meglio questo fenomeno di continuo cambiamento previdenziale.

    L'analisi si focalizza su tre particolari categorie previdenziali, e precisamente: lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi e lavoratori a progetto.

    Per ogni categoria si è presupposto un inizio di lavoro all'età di 24 anni, si sono considerate diverse età attuali e diverse ipotesi di reddito/retribuzione attualmente percepiti.

    Inoltre, per meglio rappresentare il fenomeno previdenziale, si sono considerati due diversi scenari: il primo considera la normativa attuale e, quindi, i coefficienti di trasformazione attualmente in vigore, mentre il secondo considera dei coefficienti di conversione stimati nei prossimi anni.

    Nell'analisi dei singoli profili, l'attenzione è posta sui tassi di sostituzione (o anche percentuale di copertura), ovvero il rapporto tra la retribuzione percepita prima del pensionamento e la pensione percepita durante il primo anno del pensionamento, entrambe espresse in termini annui e al lordo di addizionali e tasse.

    Si consideri inizialmente un lavoratore dipendente, come esaminato nella tabella 1.

    Dall'analisi della tabella si possono fare diverse considerazioni:

    - con l'aumentare del reddito la copertura previdenziale diminuisce: quest'effetto è dovuto alla presenza del cosiddetto «tetto contributivo» che ha il compito di plafonare, quindi limitare, il reddito preso in considerazione nella determinazione del contributo previdenziale annuo versato;

    - con l'aumentare dell'età attuale del soggetto si vede aumentare la copertura previdenziale: questo è dovuto alla presenza del sistema retributivo; infatti sia nel caso del 40 enne che in quello del 50 enne si ha una presenza, maggiore nel secondo caso, del sistema retributivo.

    Considerando i coefficienti di trasformazione stimati dal 2020 in poi, la copertura pensionistica, in tutti i casi, subisce un notevole abbattimento, almeno del 10%, effetto dovuto unicamente all'allungamento della speranza di vita e quindi alla diminuzione dei coefficienti di trasformazione.

    Consideriamo invece un lavoratore autonomo (artigiani, commercianti, ?), come indicato in tabella 2.

    Anche per questa categoria valgono le considerazioni fatte per i lavoratori dipendenti, con l'aggravante che, a parità di reddito da lavoro, la copertura pensionistica è nettamente inferiore; ciò è dovuto soprattutto al fatto che l'aliquota di contribuzione per i lavoratori autonomi è del 20,09% (contrapposta al 33% dei dipendenti). Ne consegue che, tale categoria necessita maggiormente di un'integrazione pensionistica.

    Se invece si considerasse un lavoratore a progetto, categoria molto diffusa in Italia per i giovani lavoratori, la situazione sarebbe la seguente: l'effetto del cambiamento dei coefficienti di trasformazione risulta anche in questo caso di notevole impatto: in tutti i casi si ha una diminuzione della prestazione pensionistica di circa il 10%.

    Rispetto ai lavoratori autonomi, le coperture pensionistiche di questa categoria, risultano superiori soprattutto perché il costo contributivo a proprio carico risulta superiore: 26,72% contro il 20,09%.

    Lo scenario che ci si prospetta, quindi, sulla base delle riforme già realizzate tiene conto di una sostanziale uniformità delle tendenze di medio e lungo periodo per ogni categoria previdenziale e di un allineamento tendenziale tra la contribuzione versata e la prestazione pensionistica.

    Un dato appare comunque certo: il tasso di sostituzione subirà un continuo decremento nel tempo. Ne consegue la necessità di sviluppare un sistema misto, in parte a ripartizione di matrice pubblica, in parte affidato a forme di previdenza complementare privata a capitalizzazione (con una netta preferenza per la contribuzione definita).

    IO Sette 19/7/2010 Riproduzione riservata-Si ringrazia l'Editore per la gentile concessione