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Sentenza n. 540 del 4/2/2003
In caso di silenzio-rifiuto il giudice non può sostituirsi all'amministrazione

In caso di silenzio-rifiuto il giudice non può sostituirsi all'amministrazione
( Consiglio di Stato , sez. IV, sentenza 04.02.2003 n° 540 )


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente

DECISIONE

sul ricorso in appello n. 9219 del 1999, proposto da ****, rappresentato e difeso dall’avv. ****,

CONTRO

Ministero degli affari esteri, in persona del Ministro in carica, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, presso la quale è domiciliato in Roma Via dei Portoghesi, n. 12.

PER L’ANNULLAMENTO

della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per il Lazio (Sez. I ter), 20 luglio 1999, n. 1699.

Visto il ricorso con i relativi allegati.

Visto l‘atto di costituzione in giudizio del Ministero degli esteri.

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese.

Visti gli atti tutti della causa.

Alla pubblica udienza del 17 dicembre 2002, relatore il Consigliere Costantino Salvatore. Udito, altresì, l'Avvocato dello Stato Tortora;

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:

FATTO

****, dipendente del Ministero degli affari esteri in servizio con la qualifica di "collaboratore amministrativo" alla data di entrata in vigore della legge 11 luglio 1980, n. 312, con ricorso al TAR del Lazio, esponeva di avere svolto per numerosi anni funzioni proprie della qualifica funzionale superiore a quella di appartenenza e di avere, quindi, rivolto in data 14 agosto 1980 specifica domanda per ottenere l’applicazione nei suoi confronti dei benefici di cui all’art. 4, comma 10 della citata legge n. 312 del 1980.

Aggiungeva che, sebbene fossero trascorsi ben 12 anni dall’entrata in vigore della legge n. 312 del 1980, l’Amministrazione non aveva preso in esame la sua domanda, nonostante fosse operante la declaratoria dei profili professionali, e costringendolo a notificare atto di diffida e messa in mora per l’immediata applicazione del menzionato art. 4, comma 10 della legge avanti citata.

Perdurando, nonostante la diffida, l’inadempimento del Ministero, **** proponeva al TAR del Lazio ricorso contro il silenzio rifiuto, censurando il comportamento dell’amministrazione sotto diversi profili.

Il Ministero resisteva al gravame che il TAR ha accolto con la sentenza in epigrafe specificata, con la quale ha dichiarato l’obbligo dell’amministrazione di esaminare la domanda dell’interessato.

La sentenza è stata gravata d’appello dall’originario ricorrente.

L’Amministrazione resiste all’appello, che è stato trattenuto in decisione alla pubblica udienza del 17 dicembre 2002.

DIRITTO

L’originario ricorrente, il cui ricorso è stato accolto dal TAR, si duole che la statuizione si sia limitata a ribadire l’obbligo dell’amministrazione di determinarsi sulla sua istanza, senza nulla stabilire in merito al contenuto della determinazione medesima.

A suo avviso, infatti, avuto riguardo alla documentazione esibita "sulla cui pertinenza e rilevanza lo stesso giudice di primo grado si sarebbe espresso favorevolmente" la sentenza avrebbe dovuto condannare il Ministero ad inquadrarlo nella qualifica funzionale richiesta, specie ove si consideri che egli è in quiescenza da tre anni circa e le prove selettive, che l’amministrazione non ha mai espletato, non possono essere espletate ora per allora solo per un dipendente.

L’assunto del ricorrente non può essere condiviso.

Si deve, in proposito, che, avuto riguardo al tipo di giudizio instaurato, la pronuncia del giudice non poteva che ribadire l’obbligo dell’amministrazione di determinarsi esplicitamente sulla domanda del dipendente, ma giammai imporre di adottare un provvedimento favorevole all’interessato.

Attesa la natura meramente ricognitiva del silenzio rifiuto, si deve escludere che il giudice amministrativo, nell’ambito dello speciale rito disciplinato dall’art. 21 bis legge 6 dicembre 1971, n. 1034 nel testo introdotto dalla legge 21 luglio 2000, n. 205, possa adottare determinazioni che ineriscono a poteri riconducibili alla sola amministrazione attiva (cfr. da ultimo, Sez. V, 18 novembre 2002, n. 6391).

Difatti, il disposto della legge 11 luglio 1980, n. 312, all’art. 4, commi nono e decimo, non attribuisce immediatamente ad alcun impiegato il diritto ad ottenere la qualifica superiore, occorrendo all’uopo accertamenti e valutazioni anche discrezionali.

Del resto, come risulta dalla nota del Direttore generale del personale del Ministero in data 15 giugno 2001, le prove selettive di cui al comma 1 del citato art. 4 non sono state espletate perché la Presidenza del Consiglio non ha mai predisposto né le modalità di espletamento né i criteri di valutazione delle medesime, precludendo in tale modo la possibilità di dare applicazione di detta norma non solo al Ministero appellato ma a tutte le amministrazioni.

Possibilità questa definitivamente preclusa dall’intervenuta abrogazione del comma in questione ad opera dell’art. 74 D. Lgs 3 febbraio 1993, n. 29 e dal CCNL del personale non dirigente del comparto Ministeri sottoscritto il 16 maggio 1995.

L’appello deve, pertanto, essere respinto.

Sussistono, peraltro, giusti motivi per compensare tra le parti la spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sez. IV), definitivamente pronunciando sull’appello in epigrafe, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente decisione sia eseguita dall'Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma addì 17 dicembre 2002 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sez. IV), riunito in Camera di Consiglio.