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Sentenza n. 9278 del 31/12/2003
Licenziamento - presupposti

N. 9278 /03 Reg.Sent.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il  Consiglio  di  Stato  in  sede  giurisdizionale

Quinta  Sezione

 ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso n. 6216 del 1999, proposto da  ****, rappresentato e difeso dagli avv. ti ****, elettivamente domiciliato presso  ****

contro

il Comune di Pordenone, rappresentato e difeso  dagli  avv. ti **** ed  elettivamente domiciliato  presso ****

per l'annullamento

della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia, 2 aprile 1998 n. 677, resa tra le parti.

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Pordenone;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Relatore alla pubblica udienza del  21 ottobre 2003 il consigliere Marzio Branca,  e uditi gli avv.ti ****

Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue.

FATTO

Con la sentenza in epigrafe è stato respinto il ricorso proposto dal sig. **** avverso numerosi provvedimenti disciplinari assunti a suo carico tra il 1994 e il 1997 dal Comune di Pordenone, e in particolare, il licenziamento con preavviso disposto dal Segretario Generale il 25 maggio 1997.

Avverso la sentenza il sig. **** ha proposto appello, rivolgendo la sua contestazione nei confronti del capo di sentenza che non ha accolto le censure formulate in primo grado contro il licenziamento con preavviso, e riaffermandone l’illegittimità per difetto dei presupposti richiesti dal contratto collettivo allora vigente per il personale degli enti locali (provvedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri 6 aprile 1995 in S.O. alla G.U. n. 211 del 9 settembre 1995).

Il Comune di Pordenone si è costituito in giudizio per resistere al gravame.

Alla pubblica udienza del 21 ottobre 2003 la causa veniva trattenuta in decisione.

DIRITTO

Con una prima insistita censura l’appellante critica la decisione di primo grado nella parte in cui afferma che i provvedimenti disciplinari irrogati tra il 1994 e il 1996, divenuti inoppugnabili, costituiscono idoneo presupposto per il licenziamento con preavviso cui si riferisce l’odierno contenzioso

Tale affermazione si porrebbe in contrasto con il principio della specificità e della immodificabilità degli addebiti  indicati nella contestazione,  e per i quali si celebra il procedimento disciplinare.

Al riguardo il Collegio osserva che non può escludersi, in modo assoluto e in linea di principio, la rilevanza, nel nuovo procedimento disciplinare, di precedenti infrazioni già sanzionate disciplinarmente, come dimostra l’istituto della recidiva, più volte menzionato nella normativa disciplinare ed anche nell’art. 25 del contratto collettivo qui in applicazione (6 aprile 1995).

Può anzi soggiungersi che nella presente vicenda la sospensione dal servizio per dieci giorni, subita dal ricorrente con provvedimento 13 agosto  1996, fra l’altro, per insufficiente rendimento, sembrerebbe integrare, a norma dell’art. 25, comma 6, lett. a),  un autonomo supporto alla sanzione decisa.

L’Amministrazione, tuttavia, non ha inteso fondare il licenziamento su tale ipotesi. La motivazione, infatti,  pur richiamando le precedenti sanzioni irrogate, avverso le  quali l’interessato non ha ritenuto di dover reagire nella sede giurisdizionale, ha fatto esplicita ed esclusiva leva sulla previsione di cui all’art. 25, comma 6, lett. e), che menziona appunto il persistente insufficiente rendimento e  la grave incapacità di adempiere adeguatamente agli obblighi di servizio.

Rilievo assorbente assume quindi la verifica della corrispondenza della sanzione ai fatti formalmente addebitati, ovvero, in altri termini, se questi ultimi potevano costituire legittimo presupposto per l’applicazione del comma 6, lett. e), or ora  ricordato.

Tali fatti consistevano, nella sostanza più corposa,  e salvo il riferimento a profili di rilievo secondario: a) nel numero rilevantissimo delle assenze nel corso del 1996; b) nell’esiguità del prodotto del lavoro espletato.

Quanto al primo punto, l’appellante espone una contestazione formale, ma, rinviando agli atti in possesso dell’Amministrazione, mostra di non essere in grado di controdedurre con argomenti idonei a mettere in dubbio il fatto.

Quanto al secondo punto, la difesa in giudizio fa leva sul precario stato di salute lamentato dall’appellante, ma l’argomento  non si rivela attendibile.

 Deve infatti osservarsi che nella nota di controdeduzioni alla contestazione degli addebiti, inviata dall’appellante il 14 aprile 1997, a proposito dello scarso rendimento  nulla si dice circa un impedimento che fosse derivato dallo stato di salute, menzionandosi un difetto di addestramento, e la gravosità dei compiti affidatigli.

L’appellante, invero,  ha esibito in sede di appello una cospicua documentazione sanitaria, volta dimostrare come l’affezione della quale ha sofferto tra il 1994 e il 1998, poi risoltasi con intervento chirurgico, avesse determinato un grave stato di depressione.

L’allegazione tuttavia non è idonea a suffragare gli addebiti di illegittimità rivolti al provvedimento impugnato ed alla stessa sentenza di primo grado, e ciò non solo perché si tratta di certificazioni non prodotte nel procedimento disciplinare, ma perché, paradossalmente, le stesse finiscono per confermare la valutazione di incapacità di rendimento che è posta alla base dell’atto impugnato.

Si legge infatti nel parere medico legale 14 marzo 1999 (doc. 9) che l’appellante “era – nel periodo autunno 1994 – primavera 1997 – in prolungato e grave stato di depressione reattiva e pertanto in condizioni di diminuita capacità di liberamente autodeterminarsi e, essendo ridotta la capacità di intendere e volere, in tutto giustificabile, come direttamente correlata con lo stato psico-fisico patologico di passività tipica della depressione dell’umore, l’omissione della tutela dei propri interessi, anche relativi al rapporto di lavoro.”

In tale situazione, che non risulta essere stata portata a conoscenza dell’Amministrazione tempestivamente e nelle forme dovute, ai fini dell’eventuale applicazione degli istituti contrattuali connessi alla malattia (art. 21 contratto collettivo vigente), non può che concludersi per l’infondatezza dell’appello.

Le spese possono essere compensate.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta,    rigetta l’appello in epigrafe;

dispone la compensazione delle spese;

ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità Amministrativa.

Così deciso in Roma, nella  camera di consiglio del 21 ottobre  2003 con l'intervento dei magistrati:

Alfonso Quaranta                     Presidente

Raffaele Carboni                      Consigliere

Giuseppe Farina                       Consigliere

Aldo Fera                                Consigliere

Marzio Branca                          Consigliere est.

 

L'ESTENSORE                                                    IL PRESIDENTE

F.to Marzio Branca                                             F.to Alfonso Quaranta

IL SEGRETARIO

F.to Francesco Cutrupi

 

 

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 31 DICEMBRE 2003

(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)

 

IL  DIRIGENTE

F.to Antonio Natale