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Umbria - Sentenza n. 136 del 29/03/2004
concessione di suolo pubblico e pubblico interesse.

Illegittimità della revoca di una concessione di suolo pubblico disposta facendo riferimento a lamentele di alcuni vicini, senza alcun apprezzamento del pubblico interesse.

 

SENTENZA N. 136 del 29/03/2004

 

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

Il Tribunale Amministrativo Regionale dell'Umbria ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso n. 310/2003, proposto da **** e ****, rappresentati e difesi dall’avv. **** ed elettivamente  domiciliati in ****;

contro

il Comune di Orvieto, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. **** ed selettivamente domiciliato in ****;

per l’annullamento

della ordinanza del dirigente dell’Ufficio Tecnico in data 12 maggio 2003, prot. 8071 del 20 maggio 2003;

Visto il ricorso con i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Orvieto;

Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese;

Visti gli atti tutti della causa;

Data per letta alla pubblica udienza dell’11 febbraio 2004 la relazione del dott. Pierfrancesco Ungari, uditi i difensori delle parti come da verbale;

Ritenuto e considerato in fatto ed in diritto quanto segue:

 

FATTO   E   DIRITTO

 

1. Il Comune di Orvieto ha rilasciato ai ricorrenti in data 9 maggio 2002 una concessione per l’occupazione permanente di mq 15,40 di suolo pubblico, mediante installazione di una veranda (“gazebo”) in legno, con tavoli ad uso dei clienti della pizzeria adiacente da essi gestita, nel vicolo cieco che si apre su Corso ****.

La concessione è stata revocata con ordinanza prot. 8071 in data 12 maggio 2003.

La revoca è essenzialmente motivata con riferimento alle proteste di abitanti degli immobili limitrofi, che “hanno evidenziato che la rientranza di Corso **** (vicolo chiuso), già di per sé angusta, non è compatibile con la occupazione di suolo pubblico, che la ingombrante installazione limita le operazioni di carico e scarico, determina difficoltà e pericoli per la circolazione delle persone e dei mezzi, produce antigienico ristagno di sterco di piccioni, rende insicure, poiché più facilmente accessibili a malintenzionati, alcune porzioni immobiliari”.

Su tale base, il Comune ha ritenuto verificate le ipotesi previste, come possibili cause di revoca, alle lettere a), b) e c) dell’articolo 7 dell’atto di concessione.

 

2. I ricorrenti impugnano la revoca, deducendo articolate censure di violazione e falsa applicazione dell’art. 3 della legge 241/1990, eccesso di potere per difetto di istruttoria e carenza di motivazione.

Sottolineando che la situazione dei luoghi non è mutata dal momento del rilascio della concessione, sostengono che il Comune ha recepito acriticamente le lamentele di alcuni vicini, senza valutare puntualmente la sussistenza delle esigenze pubbliche invocate.

 

3. Il ricorso è fondato, nei limiti appresso indicati.

Va premesso che, come si è già accennato, sin nell’atto di concessione il Comune si era riservato di revocare la concessione qualora si manifestassero determinati inconvenienti. Peraltro il potere di revoca, per giustificati motivi, sarebbe stato esercitatile anche senza una clausola espressa in tal senso. Il fatto però che tale clausola sia stata apposta (ed implicitamente accettata) elimina in radice ogni possibile contestazione al riguardo, anche sotto il profilo dell’affidamento dei concessionari. Resta il fatto che il potere di revoca per giustificati motivi, come già detto, sussiste in re ipsa nel rapporto di concessione, sicché esso può considerarsi esercitato legittimamente anche se motivato con riferimento ed esigenze pubbliche diverse da quelle esplicitamente ipotizzate nell’atto di concessione.

Resta da vedere se gli inconvenienti lamentati sussistano realmente e se siano tanto rilevanti da giustificare la revoca. Beninteso questi profili possono essere sindacati dal giudice amministrativo solo in termini di legittimità, vale a dire nel rispetto dei margini di insindacabilità propri della discrezionalità dell’amministrazione.

 

4. Delle ipotesi di revoca invocate dal Comune di Orvieto, quella prevista dall’art. 7, lettera c), relativa a “motivi igienici, di tutela degli inquinamenti, relativi a sopravvenute esigenze estetiche ed ambientali”, risulta sufficientemente accertata mediante il riferimento al ristagno dello sterco dei piccioni.

Si tratta tuttavia di esigenze (al pari di quelle legate alla sicurezza degli stabili prospicienti, non facilmente riconducibili alle ipotesi espressamente considerate dall’art. 7, ma tuttavia apprezzabili quali sopravvenute ragioni di pubblico interesse ostative) che conducono a ritenere pregiudizievole il mantenimento della veranda, ma non anche quello della concessione di suolo pubblico in sé.

 

5. Al contrario, per quanto riguarda le ipotesi di cui alle lettere a) - “l’area debba essere utilizzata per l’uso pubblico originario o per altre pubbliche necessità individuate a giudizio insindacabile dell’Amministrazione” - e b) - “difficoltà e pericoli per la circolazione delle persone e dei veicoli” - la valutazione esternata dal provvedimento non trova riscontro nelle risultanze processuali.

L’ipotesi della lettera a), in buona sostanza, si riferisce alla sopravvenuta necessità di adibire lo spazio de quo  ad usi pubblici incompatibili con la utilizzazione privata cui si riferisce la concessione: ad esempio, nel caso di modifiche alla disciplina del traffico, alla installazione di servizi pubblici, e simili (in questo contesto l’espressione “giudizio insindacabile” va ovviamente interpretata in coerenza con l’ordinamento giuridico, e cioè come riferita all’insindacabilità nel merito  tipica delle valutazioni discrezionali, non già come rivolta a precludere il sindacato di legittimità). Ora, il provvedimento impugnato, benché richiami la lettera a), non fa cenno di sopravvenute necessità di questo genere, anzi dal suo contesto si evince, se mai, che non ve ne sono.

 

6. Quanto all’ipotesi di cui alla lettera b), si osserva quanto segue.

Le piante e le fotografie versate in atti mostrano che il vicolo chiuso in questione ha una forma ad “L” (elle maiuscola) allungata per circa 20 m; che l’esercizio dei ricorrenti si trova all’inizio dell’area subito dopo lo stretto accesso carrabile da Corso ****; che lo spazio rettangolare loro concesso corre lungo il lato del braccio maggiore della “L” lasciando libero e transitabile un corridoio di larghezza non inferiore a quello dell’accesso carrabile (2,30 m). Tenuto conto che davanti allo spazio concesso si trovano soltanto gli accessi all’esercizio dei ricorrenti, e che la prima porta di accesso alle diverse proprietà si trova oltre, è difficile capire quale limitazione alla circolazione (ulteriore rispetto a quella che già discende dalla conformazione degli immobili) possa derivare dalla concessione di suolo pubblico.

La circostanza – pure indicata nel provvedimento impugnato – che, in occasione di lavori edilizi del condominio contiguo, si fosse dovuto temporaneamente sgomberare l’area, sembra confermare che le esigenze ordinarie dei residenti nel vicolo non ricevono pregiudizio dall’ingombro dell’area concessa ai ricorrenti. E’ evidente che una concessione di suolo pubblico può creare difficoltà, ed è quindi destinata a subire limitazioni temporanee in conseguenza di esigenze contingenti, come quelle dell’installazione di ponteggi o del trasporto o del deposito di materiali di cantiere. A parte questo, dagli atti del giudizio non è desumibile un’incompatibilità intrinseca della concessione con le oggettive esigenze di circolazione; in particolare, non risulta che l’occupazione dell’area impedisca l’accesso agli immobili che si affacciano sul vicolo, ovvero il transito o lo stazionamento di veicoli all’uopo autorizzati.

 

7. In conclusione, è riscontrabile, nei sensi indicati, un’insufficiente valutazione della situazione da parte degli uffici comunali, che conduce all’annullamento dell’ordinanza impugnata limitatamente alla parte eccedente la rimozione della veranda.

Fra l’altro, si può osservare che una volta rimossa la veranda, restano apprezzabilmente diminuiti i supposti pregiudizi alla transitabilità del vicolo, a parità di estensione dello spazio occupato. E’ infatti intuitivo che, in caso di emergenze o di necessità contingenti, tavoli e sedie possono essere facilmente spostati quel tanto che basta, e poi essere ricollocati al loro posto.

Il centro storico di Orvieto, notoriamente, è di grande pregio storico-artistico e vede coesistere la residenza tradizionale con la crescente presenza di esercizi commerciali ad uso turistico; trattandosi di dirimere un conflitto legato agli usi alternativi dei limitati spazi pubblici urbani (ne sono eloquente conferma le contrapposte raccolte di firme, prodotte in giudizio), la valutazione del Comune, di fronte ad un titolo autorizzatorio efficace ed in assenza di una puntuale disciplina regolamentare, avrebbe dovuto farsi carico delle esigenze contrapposte e perseguire prioritariamente la ricerca di una soluzione equilibrata, atta a conciliarle.

Non è superfluo sottolineare che restano impregiudicate le ulteriori valutazioni del Comune, come anche ogni verifica del rispetto da parte dei ricorrenti delle disposizioni a tutela dell’igiene, del decoro urbano, dei limiti alle emissioni sonore e olfattive.

Le spese del giudizio possono essere compensate.

 

P.Q.M.

 

Il Tribunale Amministrativo dell'Umbria, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo accoglie parzialmente, nei sensi indicati in parte motiva.

Spese compensate.

La presente sentenza sarà eseguita dall'Amministrazione ed è depositata presso la Segreteria di questo Tribunale che provvederà a darne comunicazione alle parti.

Così deciso in Perugia, nella camera di consiglio del giorno 11 febbraio 2004.

 

L'ESTENSORE                                            IL PRESIDENTE

F.to Pierfrancesco Ungari                            F.to Pier Giorgio Lignani

 

IL SEGRETARIO

F.to Rolando Massaccesi