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Campania n.3106 dell'8-3-2004
Niente procedimento disciplinare se il giudicato penale è favorevole

Tar Campania – Sezione quarta di Napoli - sentenza marzo 2004, n. 3106
Presidente Perrelli – Relatore Passanisi

 

Fatto

 

Il sig XXX membro delle forze dell’ordine, ricorreva in quanto, nonostante assolto con la formula “perché il fatto non sussiste” l’amministrazione aveva avviato, nei suoi confronti, formale inchiesta disciplinare, ritenendo che i fatti oggetto del pregresso giudizio penale, nonostante la decisione assolutoria, costituissero «concrete espressioni e dimostrazioni di gravissime violazione dei doveri di lealtà e di correttezza assunti con il giuramento prestato, tanto più rilevanti in relazione al grado rivestito, con notevoli nocumenti all’immagine ed al prestigio».
Il relativo procedimento disciplinare si era concluso con la notifica al ricorrente, della semplice comunicazione dell’adozione del provvedimento di perdita del grado per rimozione a decorrere dalla medesima data (senza alcun provvedimento formale).
Tanto premesso, il ricorrente deduceva l’illegittimità dei provvedimenti impugnati con due distinti motivi, incentrati sui seguenti vizi:
Violazione di legge. Violazione dei principi costituzionali in materia di diritto alla difesa. Violazione dei principi generali in materia di obbligo della motivazione. Violazione della legge 241/90. Eccesso di potere per arbitrarietà manifesta.
Il procedimento disciplinare si sarebbe dovuto concludere con un provvedimento formale. Inoltre, mancando qualsiasi motivazione sulle ragioni della disposta rimozione, sarebbe evidente la sussistenza dei vizi denunciati.
I Ministeri competenti in materia si costituivano in giudizio. Successivamente depositavano fascicolo contenente relazione amministrativa e documenti.
Nelle more del giudizio, interveniva il provvedimento del Comando Generale del corpo di appartenenza, con il quale era stata formalmente disposta la sanzione della perdita del grado per rimozione e la regressione del ricorrente a soldato semplice.
Tale provvedimento veniva impugnato dal ricorrente con un secondo ricorso, sulla base dei seguenti tre gruppi di censure:
I - Violazione e falsa applicazione dell’articolo 653 Cpp - Violazione e falsa applicazione degli articoli 14, 40, 41, 43 e ss. della legge 833/61 - Violazione e falsa applicazione del giusto procedimento di legge - Violazione dell’articolo 97 Dpr 3/1957 - Eccesso di potere - contraddittorietà manifesta - Elusione del giudicato formatosi sulla sentenza della Corte di appello di Napoli n. 1427/99 del 2 marzo 1999 – Sviamento – Difetto di motivazione - Erroneità dei presupposti.
Nel caso di specie, poichè gli addebiti contestati al ricorrente in sede disciplinare avrebbero ad oggetto gli stessi fatti per i quali egli era stato assolto con formula piena in sede penale, sarebbe configurabile la preclusione di cui all’articolo 653 Cpp, con conseguente inammissibilità dello spesso procedimento disciplinare ed illegittimità del successivo provvedimento finale.
II - Violazione della circolare n. 40000/ 1152 del 30 luglio 1999 del comando Generale… – Sviamento.
L’impugnato provvedimento sarebbe stato altresì emesso in violazione della richiamata circolare, secondo cui il doppio principio di autonomo accertamento e valutazione dei fatti in sede disciplinare incontrerebbe l’unico limite della piena assoluzione dibattimentale (come appunto verificatosi nel caso di specie).
III - Violazione di legge - Violazione della legge 241/90 - Violazione dei principi generali in materia di obbligo della motivazione - Eccesso di potere - Eccesso di potere per difetto assoluto di motivazione - Arbitrarietà manifesta.
In ogni caso, il provvedimento di rimozione sarebbe illegittimo (oltre che per l’assoluta insussistenza dei fatti contestati, come accertato dalla sentenza assolutoria, anche in relazione alle seguenti non contestate circostanze: 1) episodicità della presunta violazione dei doveri di lealtà; 2) assenza di rilevanza penale; 3) positivo verdetto di meritevolezza a conservare il grado, formulato nei riguardi dell’interessato dalla Commissione di Disciplina; 4) personalità e stato di servizio del militare; 5) sproporzionalità della sanzione disciplinare rispetto ai fatti addebitati.
Il Ministero competente ed il Comando Generale del corpo di appartenenza si costituivano in giudizio, depositando fascicolo contenente memoria difensiva e documenti, chiedendo la reiezione del ricorso. A parere delle resistenti amministrazioni, la sanzione sarebbe stata irrogata non già in relazione ai fatti contestati nel procedimento penale, bensì con riferimento al comportamento tenuto dal ricorrente, che non avrebbe formato di per sé oggetto dell’incriminazione penale.
Con ordinanze XXX, la Sezione XX respingeva le domande cautelari relative ad entrambi i ricorsi proposti, ritenendo insussistente l’eccepita preclusione.
Successivamente, il ricorrente depositava memoria difensiva, rappresentando che il Consiglio di Stato, aveva accolto l’appello proposto avverso i suindicati provvedimenti cautelari di primo grado, in base alla contraria considerazione che l’efficacia della sentenza penale dibattimentale di assoluzione produrrebbe, in ogni caso, gli effetti di cui all’articolo 653 Cpp, indipendentemente dalla formula adoperata, essendosi ormai eliminata dall’ordinamento processuale penale l’assoluzione per insufficienza di prove, che era invece prevista dal previgente codice di rito. Insisteva quindi per l’accoglimento dei ricorsi, previa loro riunione.

 

Diritto

 

Preliminarmente, occorre procedere alla riunione dei due ricorsi proposti, stante la loro evidente connessione soggettiva ed oggettiva.
Ciò posto, il primo ricorso deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, stante l’emanazione, in corso di causa, del provvedimento formale recante l’irrogazione della sanzione disciplinare preannunciata con la nota impugnata.
Il secondo ricorso, avente ad oggetto il suddetto provvedimento formale effettivamente pregiudizievole (sul quale si è quindi “spostato” l’interesse del ricorrente), è invece fondato e deve essere accolto, dovendo essere al riguardo condivisa la prima censura dedotta, concernente la violazione dell’articolo 653 del Cpp.
Come è noto, ai sensi della richiamata disposizione normativa (nel testo vigente alla data di adozione del provvedimento impugnato, prima della sua modifica ad opera dell’articolo 1 della legge 97/2001, che ne ha ampliato l’ambito di applicazione), l’effetto preclusivo del giudicato penale di assoluzione nei confronti del procedimento disciplinare è subordinato alla ricorrenza di due condizioni: 1) che si tratti di assoluzione pronunciata in seguito a dibattimento; 2) che l’assoluzione sia stata pronunciata perché il fatto non sussiste o perché l’imputato non lo ha commesso.
Orbene, nella fattispecie in esame, ricorrono entrambe le suindicate condizioni.
Il sig. XXX, imputato del reato di concussione è stato dapprima condannato dal Tribunale ma è stato successivamente assolto dalla Corte d’Appello, una prima volta, “perché il fatto non sussiste”, ed una seconda volta, a seguito di rinvio dalla Cassazione, sempre con la medesima formula, “perché il fatto non sussiste”.
L’accertamento irrevocabile operato in sede penale quanto all’insussistenza del fatto contestato rende incontrovertibile la configurazione dell’eccepita preclusione.
D’altra parte, non può condividersi quanto affermato dalla resistente amministrazione nella memoria difensiva, secondo cui, nella specie, la sanzione sarebbe stata irrogata non già in relazione ai fatti contestati nel procedimento penale, bensì con riferimento al comportamento tenuto dal ricorrente .
Tale affermazione risulta contraddetta, per tabulas, dall’apertura dell’inchiesta formale disciplinare operata dalla stessa Amministrazione nei confronti dell’interessato, dalla quale emerge che la contestazione riguarda solo i due episodi oggetto del giudizio penale ed inoltre che, in entrambi i casi, la violazione dei doveri di lealtà e di correttezza è posta in relazione allo specifico, asserito, intento dell’incolpato di conseguirne una specifica utilità, approfittando del ruolo ricoperto.
Il procedimento disciplinare, contrariamente a quanto rappresentato dall’Amministrazione, si è pertanto svolto sugli stessi fatti che hanno formato oggetto del giudizio penale, con conseguente piena applicazione dell’invocata preclusione.
Anche prescindendo dall’eccepita preclusione, l’impugnato provvedimento non potrebbe, quindi, non ritenersi illegittimo sotto i rimanenti profili di censura, avendo data per scontata la sussistenza di fatti, del tutto esclusi dalla sentenza definitiva di assoluzione.
Appare parimenti fondato il vizio di eccesso di potere per difetto di motivazione (di cui alla terza censura), in relazione all’assoluta, mancata, considerazione, da parte del Comandante Generale, del positivo verdetto di meritevolezza a conservare il grado, formulato nei riguardi dell’interessato dalla Commissione di Disciplina.
Secondo, infatti, un pacifico principio generale (derivante dai canoni costituzionali di legalità e di buona amministrazione), in qualsiasi caso in cui l’Autorità decidente voglia discostarsi dal parere (non vincolante) dell’organo consultivo, lo può fare, ma deve fornire adeguata motivazione in ordine alle ragioni del proprio operato.
Ciò soprattutto laddove, come nel caso di specie, la norma (cfr. articolo 75 legge 599/54) consenta tale possibilità “soltanto in casi di particolare gravità”.
Alla luce delle considerazioni che precedono, il primo ricorso deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse.
Il secondo deve invece essere accolto, con conseguente annullamento dell’impugnato provvedimento del Comando Generale, con il quale è stata disposta la sanzione della perdita del grado per rimozione e la regressione del ricorrente a soldato semplice.
Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

 

PQM


Il Tar per la Campania, Sezione sesta, preliminarmente riuniti i ricorsi in epigrafe, così provvede: dichiara improcedibile il ricorso primo ricorso; accoglie il ricorso il secondo e per l’effetto annulla l’impugnato provvedimento del Comando Generale con il quale è stata disposta la sanzione della perdita del grado per rimozione e la regressione del ricorrente a soldato semplice. Condanna l’Amministrazione al pagamento, in favore del ricorrente, delle spese, delle competenze e degli onorari di causa, complessivamente liquidati nella somma di euro 1.000,00 (mille). Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità Amministrativa.